La differenza tra Mancini e Mazzarri (spiegata da un tifoso)

La differenza tra Mancini e Mazzarri L’esperienza di Walter Mazzarri all’Inter non è stata facile, caduta in un periodo delicato e particolare, fatto di cambiamenti radicali al vertice della società.

L’Inter aveva in pochi mesi salutato Andrea Stramaccioni e passato il testimone al tecnico toscano – scelto da Massimo Moratti in persona per sua stessa ammissione -; una situazione per nulla facile, la legittimazione era arrivata da una proprietà diversa da quella con cui Mazzarri si trovò a confrontarsi poche settimane dopo il suo insediamento. Poi, il capitolo Mancini, riaperto 6 anni e mezzo dopo la sua prima avventura in nerazzurro.

Se dovessimo consegnare il confronto nelle mani della statistica, questa ci restituirebbe una media punti/partita in serie A di 1,5 per Walter Mazzarri e 1,86 per Roberto Mancini. Ma dal momento che le analisi che vogliano dirsi complete non tengono conto solamente dei freddi numeri, ma anche di tutto quanto sta nel mezzo, c’è un mondo da non trascurare: l’Inter che è tornata a investire pesantemente sul mercato, ad esempio, ha permesso a Mancini di trasformare la media dell’anno scorso (1,44) in un positivo 2,29. Anche portare la dirigenza a fidarsi e mettere mani al portafoglio è un’indiscussa abilità. Ma il dubbio, per quanto mi riguarda, rimane: cosa avrebbe combinato Walter Mazzarri se fosse stato ugualmente accontentato sul mercato? Una risposta che non avremo mai. Quello che possiamo sicuramente avere, però, è un confronto diretto tra due tecnici separati da mille differenze.

Ho chiesto a Gabriele Borzillo, da sempre tifoso dell’Inter da me molto stimato, di spiegarmi qual è secondo lui la differenza tra Mancini e Mazzarri, a un anno circa di distanza dal passaggio di consegne.

La differenza tra Mancini e Mazzarri (spiegata da un tifoso)

Così, sulle prime, potrebbe sembrare complicato differenziare due modi di allenare quali quelli manciniani e mazzariani. Potrebbe, dicevo. In realtà non stiamo parlando di moduli. Nossignori. Stiamo parlando di mondi. Il bianco ed il nero. Il giorno e la notte. L’estate e l’inverno. E se volete potremmo proseguire per pagine e pagine di figure antitetiche spiegando l’essere Mancini o l’essere Mazzarri.

Qui non parliamo degli uomini, sia chiaro e limpido. Qui parliamo di tecnici, di tattici della panchina, di comunicatori. Gli uomini, le loro vite private, non ci appartengono; sono solo loro e guai a lederle in qualsivoglia modo o maniera.

Parto da un presupposto che di per sé parrebbe sostanzialmente inutile, ma che per la mia maniera di intendere la vita è fondamentale: ecco, io sopporto malvolentieri quelli che mi raccontano di venire dalla gavetta. Perché mi sa tanto di film fantozziano, dove il mega direttore era promosso attraverso imbrogli e sotterfugi ad alte cariche; ma veniva dalla gavetta. Ora, nel corso degli anni ho imparato a conoscere gente che veniva dalla gavetta ed alla gavetta è rimasta. Altri invece non venivano dalla gavetta ma hanno fatto strada e pure con merito. Insomma, trovo che questa famigerata etichetta del vengo dalla gavetta sia una sottolineatura del tutto inutile e senza un vero significato. Pertanto diffido spesso da chi me la spiattella in faccia; pur riconoscendo che alle volte il farsi le ossa aiuta, e nemmeno poco.

Ma torniamo all’attualità, lasciando da parte divagazioni sociali che poco interessano: il toscano Mazzarri viene reclutato dalla vecchia dirigenza nerazzurra, da quella che in pratica non esiste più. Con la colpa, non sua perché lui non ha costretto nessuno a farlo, di essere ingaggiato a cifre stratosferiche per uno che in carriera si era distinto per aver conquistato una Coppa Italia. Tuttalpiù, cito un autorevole collega del tecnico in questione, il quale soleva spesso prenderlo bonariamente in giro, qualche torneo in Toscana e limitrofi. Sì, il buon Walter viene strapagato. Parliamo di qualcosa come tre milioni e mezzo netti a stagione. E non si è mai capito bene per quale arcano motivo. Un top allenatore a livello economico ma di fatto, perché il palmarès per qualcosa esiste, un onesto lavoratore della panchina. Il popolo nerazzurro, probabilmente, si aspettava un mostro di tecnica e tattica. Cosa che, classifica parla, lui non è mai stato.

Mancini appartiene a quel gotha di allenatori che non sono il top, purtroppo per lui parla chiaramente la poca duttilità nelle competizioni europee dalle quali viene irrimediabilmente estromesso – da sempre, in pratica – ma che camminano su un piccolo gradino, più in basso. Altro dato incontrovertibile e non sindacabile, Roberto vince tredici trofei in tredici anni. E tanto schifo non penso proprio che faccia la cosa. Lo jesino è un guascone di professione, un uomo che trasmette positività a prima vista; certo, mi rendo conto che possa non essere un simpaticone per tutti, ma di certo sa far bene il suo lavoro. E pure parecchio bene. Senza venire dalla gavetta.

Mazzarri si presenta con un mercato del tutto insufficiente, probabilmente con uomini non scelti da lui (eccezion fatta per qualcuno) e cerca di arrangiarsi con quello che ha. Purtroppo il peso specifico di Walter non appartiene alla categoria dei massimi, forse siamo a livello di welter; quindi poca voce in capitolo e lavorare con quello che vien messo a disposizione. Ha un pregio, il toscano: nel momento del passaggio di consegne tra la vecchia dirigenza e quella attuale, in un totale vuoto di potere, si districa con sagacia ed abilità. Divenendo in pratica la faccia e la voce nerazzurra. Tra il lusco ed il brusco ha l’enorme merito di non aver mai smarrito la bussola, tirando avanti come se niente intorno a lui stesse capitando. E la tifoseria del biscione di questo dovrebbe sempre essergli grata. Ma, con l’avvento del nuovo proprietario, l’organigramma dirigenziale viene completamente ribaltato; via i vecchi, tutti (ultimo ma non ultimo quel Fassone che tanto si batté per la riconferma mazzariana), dentro un nuovo establishment. Più snello, più rapido nel decidere, con una idea del calcio e del business ad esso collegato lontana anni luce dalla gavetta del Walter. Che si dà da fare, innegabile. Ma che a più di tanto non riesce ad arrivare. Del resto non è semplice quando nessuno ti considera in sede di mercato per il secondo anno consecutivo.

Mazzarri è testardo e cocciuto; che potrebbe essere pure un pregio in determinate situazioni, ma non lo è se il tuo modulo di gioco, unico e solo (e se vogliamo pure da sonno ogni tanto), non funziona. Se le tue disamine post partita sono sempre improntate sul dare la colpa al sole, alla luna, alla dissenteria, alla teoria del caos o alla pioggia. Perché ormai a Milano si era arrivati ad un punto tale per cui qualunque cosa il buon Walter dicesse veniva dileggiato se non peggio. L’esempio più eclatante fu quando, se non ricordo male dopo Inter – Verona, l’ultima sua apparizione sulla panchina nerazzurra, buttò lì una battuta sul tempo. Credo se la ricordino tutti quel famoso «poi ci si è messa pure la pioggia…» roba che, se l’avesse detta Mou in sala stampa, chiunque avrebbe riso a crepapelle, ma detta dal Mazzarri qualunque venne utilizzata come terribile arma di offesa.

Walter Mazzarri dopo Inter-Verona parla anche della pioggia

Perché purtroppo, io capisco che uno viene dalla gavetta, se non si è in grado di “comunicare” con un certo genere di media – soprattutto in talune città -, ma vivaddio esistono corsi di comunicazione adatti alla bisogna. Quelli bene informati raccontano che molti anni fa arrivò all’Inter un centravanti che era eccezionale, davvero completo, e che rimase un paio di lustri in maglia nerazzurra, ma non si esprimeva in un italiano decente; bene, la Società lo mandò dritto a scuola cercando di smussare l’accento molto marcato ed una consecutio temporum fino ad allora del tutto sconosciuta al soggetto. Con ottimi risultati. E non è mica una vergogna imparare cose nuove.

Mancini in questo è un attore consumato. Un istrione. Un Gassman della panchina. Certo, alcune uscite intemerate le ha pagate in passato, e come giocatore prima e come tecnico dopo. Ma vanta una credibilità che si è costruito con gli anni e con le vittorie. Il tifoso in genere gli perdona un qualcosa in più. Forse memore del fatto che con Roberto Mancini l’Inter iniziò a ricostruire quel ciclo vincente che culminò col triplete del 2010. Certo, in panca c’era Mou. Ma il principio fu Roberto Mancini da Jesi. Eh, ribattono i non manciniani, ma gli comprano chi vuole lui, ha vinto con squadre forti… tutto vero. Evidentemente Roberto sa usare gli argomenti giusti per far aprire i cordoni della borsa a tutti i suoi datori di lavoro e, seconda obiezione, devo ancora conoscere un allenatore – parlo del calcio degli ultimi vent’anni e non di quello romantico o pionieristico – che abbia vinto senza avere una squadra forte. Da Ancelotti a Mou, da Capello al Trap, da Guardiola a Del Bosque e potremmo andare avanti ancora. Perché questa è la realtà, in barba alle chiacchiere da bar davanti ad un bianchino spruzzato.

Mancini chiede rinforzi tra il serio e il faceto durante la presentazione della maglia 2015-2016

Mancini è padrone del palcoscenico, ho esordito con questo. Non è il Vate di Setubal, quello è imbattibile ed inarrivabile. Ma ci sa fare. Sa parlare. Sa cosa dire, quando dirlo e, soprattutto, come dirlo. A volte sbaglia, ma ci sta. A volte anche lui, come il Walter, è cocciuto e testardo. Si perde in meandri calcistici alla ricerca non si sa bene di cosa quando la soluzione ce l’ha lì, davanti agli occhi. E nemmeno in quel caso, se glielo fai notare, ti dà ragione. Difende le sue posizioni anche quando è chiaramente e palesemente in torto; anzi, raddoppia pure, cercando di farti passare quasi per incompetente. Con grazia e gentilezza, senza scatti nervosi che invece caratterizzano qualcun altro.

Due mondi così diversi, così differenti, agli antipodi. Due personaggi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Il lavoro fatto da Mazzarri è stato insufficiente assai, ma non soltanto per colpe e demeriti suoi. Però quel modo di essere, passatemi il termine, sempre un pochino “piangina”, sempre dare la colpa al mondo, di fatto non ha responsabilizzato i giocatori. Che Mancini si è trovato. E che ha provveduto a cambiare per la stragrande maggioranza.

Ora tocca a lui, al condottiero Roberto da Jesi, provare a riportare il vessillo nerazzurro nei piano alti della classifica. Io, ma è opinione del tutto personale, ci credo. Ci saranno momenti bui da attraversare, ma il processo di maturazione della squadra sembra aver avuto finalmente un inizio. (Gabriele Borzillo)

Che Roberto Mancini sia quello più abile a farsi ascoltare e accontentare, grazie anche, e soprattutto, al peso specifico di una carriera luminosa, non si discute. Che abbia anche molti difetti, non ci piove. Sono d’accordo con il confronto fatto da Gabriele su un particolare aspetto: Mancini non è un top assoluto della panchina, ma ha la grande capacità di farsi ascoltare ovunque vada. Il dubbio, però, rimane: dove sarebbe potuto arrivare Mazzarri con una squadra costruita a sua immagine e somiglianza? Sono curioso di ricevere il vostro parere sul tema, il dibattito è aperto.