«Il mio incredibile viaggio per il mondo, a bordo della mia moto»

Viaggiare per il Mondo in Moto“Strana questa cosa dei viaggi, una volta che cominci, è difficile fermarsi. È come essere alcolizzati”. Così descrive il viaggio Gore Vidal, grande scrittore di romanzi gialli e sceneggiatore degli anni ’60.

Prima di iniziare con il racconto di questa storia a dir poco straordinaria, vi segnalo l’iniziativa interessante avviata da Diadora  #Diadora #MakeItBright che ha elementi in comune con quella di Luigi Sala: Diadora sta cercando di unire persone accomunate dalla gioia di praticare sport e dal desiderio di vivere in maniera “bright” illuminata.

E se avesse sentito la storia di Luigi Sala, forse, non ci avrebbe nemmeno creduto; vi avrebbe casomai tratto spunto per uno dei suoi libri, quello più incredibile. Percorrere quasi 100 mila chilometri in mezzo ai deserti africani o sulle Ande boliviane, solo con la propria motocicletta. Oggi vi racconto la stupefacente storia di questo 58enne operaio brianzolo, che ha tramutato in realtà quello che per molti resta, per sempre, soltanto un sogno. L’ho incontrato di persona, qualche tempo fa.

Viaggiare per il Mondo in Moto: la Storia di Luigi Sala

Non mi considero un motociclista, ma un avventuriero”, mi racconta con un sorriso sincero, dopo avermi accolto nella sua casa che è anche un Bed and Breakfast – ribattezzato Le Dune – con le pareti tappezzate di decine di scatti del passato; e quando gli chiedo di poter prendere in mano una fotografia, che lo ritrae giacca rossa e moto carica di bagagli al confine col Ghana, mi risponde che “non si può, sono incollate al muro”. Quelle immagini sorprendenti gli resteranno per sempre impresse come una cicatrice, indelebile.

(Foto: Luigi Sala a Douala)

Si siede, neanche il tempo di estrarre penna e taccuino e parte in quarta; è la storia della sua vita d’altronde, fatta di grandi avventure, scoperte e incontri; ma anche, tanti, tantissimi incidenti lungo il tragitto del viaggio condotto in sella alla Bmw R45, la sua prima compagna d’avventure.

Il cuore mi accelerava e quasi mi usciva dal petto”. Era in Algeria, Luigi, quando rischiò seriamente l’arresto per aver falsificato il visto, era disposto a tutto pur di proseguire lungo il cammino della scoperta incessante di terre. Era rovente la curiosità a quel tempo, e ancora non sapeva che un giorno sarebbe arrivato “alla fine del mondo”, in Ushuaia, a due passi dalla terra di Papa Francesco; e qualcosa in comune, oltre ad aver calcato il suolo argentino, ce l’hanno: l’ammirazione per chi si dedica totalmente al prossimo. “Quando ho conosciuto i missionari in Costa d’Avorio, ho visto cose incredibili: la gente era devastata dalla lebbra ma loro si prodigavano per aiutarli. Poi torni a casa e rifletti, qui le cose sono tutt’altra cosa…”.

Ma non si è mai affidato a qualcuno di trascendente, ha creduto sempre e solo in se stesso e nelle sue sole forze, come in Costa d’Avorio, quando si è trovato faccia a faccia con un mamba nero. Sentite Banana Yoshimoto: “Un viaggio, per quanto terribile possa essere, nel ricordo si trasforma in qualcosa di meraviglioso”, il pensiero della scrittrice giapponese calza alla perfezione. E il sogno può tramutarsi in incubo se ti trovi a due passi dalla guerra, circondato da centinaia di militari, col rumore degli elicotteri da guerra che penetra dritto nelle orecchie.

Era il gennaio del ’92 e l’esercito algerino aveva appena compiuto un colpo di Stato che portò alle dimissioni presidenziali. “Lì, in mezzo agli attentati continui, alle Jeep dotate di mitragliatrici, avevo vissuto lo scoppio della rivoluzione, le rivolte, gli omicidi. Fu allora che mi dissi ‘Non tornerò più in Algeria’”. Così fu, ma l’adrenalina e l’energia del viaggio non potevano esaurirsi così.

Il viaggio di Luigi doveva proseguire…

Viaggiare per il Mondo in Moto: nel ’72 lasciò l’Italia

Partiamo dall’inizio, quando ti è balenata l’idea di lasciare l’Italia e partire?

Mio papà era motociclista, la moto ce l’ho da sempre. Era il 72′: lessi delle riviste che parlavano di alcuni motoraduni e decisi: ‘Parto’. Avevo 29 anni, non ero più un bambino, possedevo la BMW R45, davvero un bel mulo.

E vai in Marocco.

Partii per una ventina di giorni dopo essermi imbarcato a Sète; il mio viaggio era nato sulla cartina. Fu un trauma all’inizio: pochissimi motociclisti in giro, circondato solo da marocchini. Sbarcai di notte e notai subito un contrasto feroce tra le due culture: tanti asini per strada e carretti, gente con vestiti lunghissimi. Dormii in una bettola e via.

E non ti mancava casa?

No, anzi: più passavano i giorni e più mi trovavo bene in questa nuova realtà; comunicavo in francese (alcune espressioni le proferisce in francese anche durante l’intervista). Da questo fui avvantaggiato. Ma quando tornai in Italia, mi resi subito conto che la testa era rimasta al grande viaggio.

È allora che decidi di partire anche per l’Algeria…

In pochi me ne parlavano, ero curioso. Presi i dati da un giornale; attrezzai la moto con scorte d’acqua e bussola; non esistevano ancora i Tom Tom. Oggi posso dire di essere stato un folle, di meccanica non ci capivo una mazza; lì è tutto deserto e se hai dei problemi devi sperare solo nel soccorso di qualche passante.

Poi arrivano i primi guai vicino Tamanrasset, ti perdi nel bel mezzo del deserto. Come ne sei uscito?

Partii con la mia nuova BMW R80GS. Dopo un breve viaggio nella Ddr comunista, arrivano i primi guai. Volevo incrociare la Parigi Dakar a Ineker, ma la benzina scarseggiava e avevo perso i miei punti di riferimento. Mi ero perso, circondato dal deserto. Avevo paura, ma all’improvviso sentii un rombo in lontananza; era un motociclista in gara alla Dakar (era Serge Bacou, pilota ufficiale Yamaha, ndr). Grazie a lui ritrovai la strada, ma me l’ero vista davvero brutta.

Luigi, com’è stare di notte, solo, in compagnia della propria moto, in mezzo all’Africa?

A viaggiare da solo ero ormai abituato, ma bisogna imparare a tenere la testa sveglia; se non parli mai la tua lingua e passi molte ore in solitudine, devi rendere conto solo a te stesso di quel che succede. E quando stai male nel deserto, non ragioni più…

Viaggiare per il mondo in moto: l’inizio della guerra civile algerina

E hai rischiato addirittura la vita.

Devo dire di essere stato fortunato nei miei viaggi. Tra Algeria e Mali distrussi mezza moto per una caduta, rimasi scioccato, ma rimediai solo una spalla lussata. Nella foresta in Costa d’Avorio, mi ritrovai di fronte un mamba nero (il serpente più velenoso del mondo, ndr), gli passai a fianco e andai via dritto; la scampai per un pelo. In Burkina Faso decisi di fare un bagno in una pozza, alcuni mi adocchiarono: ‘Monsieur, monsieur!’, mi indicarono dei coccodrilli a due passi; non li avevo visti! Ho imparato una cosa da allora: mai fermarsi nelle acque stagnanti.

Poi ti trovi nel bel mezzo di una guerra civile, in Algeria.

Fu allora che decisi di non tornarci più. Iniziò la rivoluzione dopo le elezioni (vinte dal FIS nel 90’, ndr); vidi rivolte e omicidi. La mattina del 25 dicembre mi risvegliai con decine di elicotteri da guerra che volavano a 100 metri dalla mia testa: il clima era incandescente.

Rischiasti anche l’arresto…

Sì, ancora in Algeria. C’erano stati dei problemi con il visto, ma ero impaziente e decisi di modificarlo io, a penna. Ma dei militari mi fermarono. Il cuore accelerava, avevo voglia di scappare: ‘Raccontaci la verità o ti sbattiamo in galera’. Di fronte a quella minaccia raccontai tutto e, per fortuna, mi lasciarono andare. Ero distrutto dopo l’accaduto, non avevo più la testa, passai una notte d’inferno.

Come facevi a tenerti in contatto con fidanzata e famiglia?

Non usavo il cellulare, comunicavo solo con i fax per dire come stavo; volevo vivere la mia avventura completamente. Con Nicoletta (sua compagna dal 2003) ci sentimmo tre volte in 3 mesi durante le tappe tra Senegal e Camerun.

 

Viaggiare per il mondo in moto (Foto: Luigi Sala arriva in Ghana)

Poi, nel 2000, il Sudamerica.

L’idea mi venne guardando un programma tv. Partii per Buenos Aires e in quasi 8 giorni arrivai a Ushuaia dove c’è un grosso cartello che dice ‘Benvenuti alla fine del mondo’. Dopo i 2000 km totalmente disabitati della Patagonia arrivai a Santiago: lì un vento pauroso mi costò tre bei voli. Sulle Ande boliviane, poi, mi s’impantanò la moto: trascorsi la notte insonne in attesa di soccorso.

E fai già ritorno a casa?

No, proseguii in Perù. Il Machu Picchu è bellissimo. Poi Ecuador e Colombia: si parla tanto del narcotraffico ma io non vidi nulla di tutto questo, trovai solo gente bellissima. Chiusi il viaggio a Caracas.

Cosa ti resterà per sempre nel cuore?

Forse la grande ospitalità che ho trovato in giro per il mondo. In genere dormivo nella mia tenda, ma in Costa d’Avorio il capo di un villaggio mi prese al suo fianco e tutti gli abitanti sedettero di fronte a noi in segno di accoglienza. Mi raccontavano i loro problemi: mancanza di medicine, acqua… L’uomo bianco è visto come quello capace di risolvere tutti i problemi, ma io non sapevo che risposte dare. Poi i bimbi che scrutavano dentro la mia tenda come a cercare qualche magia nascosta (sorride nostalgico). Lo ricorderò per sempre…

Per saperne di più sull’iniziativa avviata da #Diadora #MakeItBright potete dare una occhiata qui o guardare il video su YouTube.

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