LeBron James nella storia: supera Abdul-Jabbar per canestri realizzati, ma i Lakers cadono a Denver
A quarantun anni suonati, LeBron James continua a riscrivere inesorabilmente i libri di storia della NBA. Giovedì notte, durante la sfida contro i Denver Nuggets, il fuoriclasse dei Los Angeles Lakers ha superato Kareem Abdul-Jabbar diventando il leader di tutti i tempi per canestri dal campo realizzati in carriera. Un traguardo a dir poco monumentale, che tuttavia ha assunto un sapore decisamente agrodolce a causa di una sconfitta per 120-113 e di un preoccupante infortunio al braccio che ha finito per rovinare la festa.
Il tiro del sorpasso Il momento esatto in cui la storia della pallacanestro ha cambiato pagina è arrivato a soli dodici secondi dal termine del primo quarto. James ha mandato a bersaglio il suo terzo tiro della serata, un classico jumper in virata da circa quattro metri eludendo la marcatura di Zeke Nnaji. Quel pallone scivolato dolcemente nella retina rappresentava il suo canestro numero 15.838, superando così i 15.837 accumulati da Abdul-Jabbar nel corso di una carriera ventennale conclusasi nel 1989. Subito dopo la giocata, l’NBA ha pubblicato sui propri canali la conferma ufficiale del nuovo record. A guardare tutti dall’alto verso il basso ci sono ora loro due, mentre al terzo posto, molto distanziato in questa élite del basket, rimane Karl Malone con 13.528 canestri.
Le cifre di un dominio assoluto Questo nuovo primato aggiunge un ulteriore, pesantissimo tassello a una carriera che semplicemente non ha eguali. Già nel febbraio del 2023, James aveva strappato allo stesso Abdul-Jabbar lo scettro di miglior marcatore di sempre della lega, e appena un anno fa aveva superato l’incredibile barriera dei 50.000 punti complessivi tra stagione regolare e playoff. Adesso, a distanza di tre anni da quel fatidico sorpasso nei punti, nessuno nella storia di questo sport ai massimi livelli ha segnato più tiri di lui.
Mettendo a confronto le statistiche dei due campioni emergono filosofie di gioco ben diverse. Abdul-Jabbar, un vero e proprio virtuoso del post basso famoso per il suo letale gancio cielo, ha chiuso la carriera con un impressionante 55,9% al tiro su 28.307 tentativi, di cui appena 18 scoccati da oltre l’arco dopo l’introduzione del tiro da tre punti a metà del suo percorso sportivo. James, dal canto suo, viaggia con il 51,6% ma con un volume di gioco nettamente superiore: 31.274 tentativi, compresi oltre 7.500 tiri dalla lunga distanza.
Brian Martin di NBA.com ha inquadrato perfettamente la portata dell’evento, ricordando come il record di Kareem fosse il punto di riferimento incontrastato da quasi quattro decenni. Tutto è iniziato ventitré anni fa, quando un diciottenne LeBron segnò il suo primissimo canestro con un tiro in sospensione dalla linea di fondo. Fu il primo di dodici tiri realizzati in un debutto esplosivo, gettando le basi di un’evoluzione continua passata anche per il suo cinquemillesimo canestro, festeggiato nel gennaio del 2010 ai tempi dei Miami Heat. Fino ad oggi, solo 235 giocatori nella storia sono riusciti a raggiungere quota 5.000.
L’infortunio e l’amarezza a fine gara Purtroppo per l’ambiente losangelino, la magia della serata si è bruscamente interrotta a quattro minuti dalla sirena finale. In un frangente cruciale, con i Lakers sotto di sole quattro lunghezze sul punteggio di 110-106, James è franato a terra dopo un duro contatto in sottomano con Nikola Jokic. Ha cercato di attutire la caduta con il braccio destro, finendo però per infortunarsi al gomito sinistro. Nonostante l’assenza di fischi da parte degli arbitri, che avrebbero giudicato “marginale” il contatto, il giocatore ha accusato un forte dolore, descrivendolo poi come la classica e fastidiosa botta al nervo del gomito.
Rientrato in campo negli ultimi due minuti dopo un rapido passaggio in panchina, James non ha potuto fare molto per ribaltare l’inerzia della gara, con i Nuggets bravi a blindare una vittoria condotta praticamente dall’inizio alla fine. Nonostante il dolore e la delusione per la sconfitta, ha comunque offerto una prestazione solida e a tutto tondo, mettendo a referto 16 punti tirando con 7 su 11, conditi dal massimo di squadra di 8 assist, 3 palle rubate e una stoppata fondamentale.
Le parole del Re Presentatosi davanti ai giornalisti, era evidente come il dolore fisico e la rabbia per il risultato gli impedissero di apprezzare appieno la sua impresa da record. Ha confessato in modo molto candido di non riuscire a metabolizzare il traguardo raggiunto, ammettendo che i suoi unici pensieri in quel momento erano rivolti al gomito dolorante e alla sconfitta appena subita.
Eppure, trovando il tempo di riflettere sul suo posto tra le leggende della pallacanestro, ha lasciato trasparire l’emozione per il lungo percorso affrontato fin da ragazzino. Essere affiancato ai giocatori che ammirava leggendo le riviste e guardando le partite in TV lo riempie di orgoglio. Ha spiegato che il suo grande desiderio, qualora fosse riuscito a entrare nell’NBA, era proprio quello di meritarsi un posto tra i grandi facendo le cose nel modo giusto. Pur non avendo mai avuto questo specifico record tra i suoi obiettivi primari, James ha riconosciuto l’importanza della serata, ammettendo che, nonostante l’epilogo amaro della partita, si tratta senza dubbio di un’impresa incredibile.
La Sampdoria respira: 2-0 alla Salernitana nell’andata dei playout, ma la tensione resta alta
Il primo atto della sfida salvezza sorride ai blucerchiati. Al Ferraris, la squadra guidata da mister Evani supera per 2-0 la Salernitana di Marino, spingendo i campani a un passo dal baratro della Serie C. Una vittoria fondamentale, maturata in un clima pesante, che regala novanta minuti di speranza a una piazza stanca di soffrire.
Il malcontento sugli spalti e il peso dei numeri stagionali Prima del fischio d’inizio, la gradinata ha voluto mandare un messaggio inequivocabile alla società esponendo un duro striscione: “Manfredi, dirigenti competenti e basta fallimenti”. Una rabbia del tutto giustificata dai numeri impietosi di una stagione regolare vissuta sul filo del rasoio. La Sampdoria ha infatti chiuso il campionato al tredicesimo posto, collezionando appena 29 reti all’attivo contro le 36 subite e mantenendo la porta inviolata in sole 5 occasioni stagionali. Un rendimento lontano anni luce da quello delle corazzate del torneo, come il Monza di Andrea Petagna, finito secondo a suon di gol (44) e con una difesa imperforabile. Anche il cammino recente in campionato era stato a dir poco altalenante per i genovesi, capaci di trovare una sola vittoria contro il Padova nelle ultime cinque uscite, a fronte dei pareggi con Juve Stabia e Palermo e delle brucianti sconfitte con Bari e Mantova.
L’impeto iniziale e l’incornata di Meulensteen Nonostante le forti pressioni ambientali, la Samp entra in campo con la foga di chi vuole sfruttare al massimo l’occasione della sventata retrocessione diretta. Evani si affida in avanti alle certezze: Massimo Coda, vero trascinatore e miglior marcatore stagionale con 9 reti e 3 assist all’attivo, fa reparto insieme a un vivacissimo Sibilli. È proprio quest’ultimo a inventarsi le prime vere palle gol del match. Prima manda letteralmente al bar la difesa campana con una finta ubriacante per poi calciare clamorosamente a lato, poi al 24′ si libera in area e fa partire una botta potentissima su cui Christensen compie un mezzo miracolo. La porta sembra stregata, eppure al 39′ l’equilibrio si spezza. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Ferrari si inventa una sponda perfetta per la testa di Meulensteen. L’olandese non perdona e timbra il vantaggio, replicando esattamente quanto fatto nel precedente scontro diretto di inizio maggio.
Il sigillo di Curto e i calcoli per il ritorno Nella ripresa i padroni di casa gestiscono il ritmo e, a una manciata di minuti dalla fine, trovano il colpo di grazia grazie a una zampata vincente di Curto. Il finale di gara è però carico di nervosismo agonistico e l’arbitro si trova costretto a estrarre due cartellini rossi, mandando sotto la doccia prima il blucerchiato Borini e subito dopo Stojanovic.
Il fischio finale arriva tra gli applausi liberatori del pubblico di Genova, ma il discorso salvezza è tutt’altro che chiuso. Venerdì prossimo, all’Arechi di Salerno, andrà in scena l’atto conclusivo. La Sampdoria si presenterà forte del doppio vantaggio e dei numeri del suo attacco, ma dovrà mantenere alta la concentrazione. La Salernitana, infatti, sarà chiamata a una prestazione radicalmente diversa: per salvarsi dovrà per forza vincere con due gol di scarto, forte del regolamento che, in caso di parità complessiva dopo i 180 minuti, premierebbe proprio gli uomini di Marino. Il primo passo è fatto, ma per i blucerchiati restano altri novanta minuti di fuoco.
Il duello a distanza: Sinner e Alcaraz tra le insidie sull’erba e le gerarchie del cemento californiano
Sinner torna ad Halle. C’è un titolo da difendere e l’esordio all’Atp 500 sarà contro un qualificato, un avvio all’apparenza morbido che nasconde però un tabellone decisamente complicato. Le vere spine per il numero uno al mondo arriveranno già al secondo turno, dove ad attenderlo potrebbe esserci Aleksandr Bublik. Il kazako, attualmente numero 43 del ranking, sull’erba si trasforma e vale molto più di quanto dica la classifica. Giocatore a dir poco imprevedibile e in ottima forma, ha da poco raggiunto i quarti al Roland Garros arrendendosi proprio all’altoatesino. Curiosamente, la sua unica vittoria in carriera contro Jannik è arrivata proprio sull’erba tedesca due anni fa. Certo, parliamo di un Sinner lontano parente di quello attuale, costretto al ritiro sotto 2-0 nel secondo set per noie fisiche. Diciamo solo che l’urna poteva essere decisamente più benevola.
Guardando oltre, il cammino del campione in carica non si fa più semplice. Ai quarti l’incrocio probabile è con il ceco Machac o con il polacco Hurkacz, già affrontato in finale lo scorso anno. In un’ipotetica semifinale si profilano i nomi di Rublev, Auger-Aliassime o Khachanov, per poi arrivare all’ultimo atto contro la testa di serie numero due Alexander Zverev o, in alternativa, Daniil Medvedev.
Ad Halle l’Italia schiera anche altre pedine nel tabellone principale. Flavio Cobolli aprirà le danze contro Joao Fonseca, Luciano Darderi si ritrova subito la montagna Stefanos Tsitsipas da scalare, mentre Lorenzo Sonego incrocerà la racchetta con Struff. Sinner resta il grande favorito del torneo, ma c’è parecchia curiosità nel vedere come reagirà il fisico e la mente dopo la maratona di cinque set persa in finale a Parigi contro Carlos Alcaraz.
Le scelte di Carlitos e le incognite londinesi
A proposito del fuoriclasse spagnolo, il suo avvicinamento a Wimbledon passerà per Londra. Giocherà il Queen’s, torneo che ha già messo in bacheca nel 2023. Reduce da qualche giorno di stacco a Ibiza, il numero due del mondo debutterà nel derby contro Davidovich Fokina. Il tabellone disegna un possibile quarto di finale ad altissima tensione contro Ben Shelton. Per l’eventuale rivincita su Jack Draper, che dodici mesi fa lo estromise clamorosamente al secondo turno, Alcaraz dovrà invece aspettare un’ipotetica finale.
Indian Wells: cambiano gli equilibri nel deserto
Questa rivalità a distanza tra l’italiano e lo spagnolo ci riporta immancabilmente alle dinamiche dei grandi appuntamenti sul cemento. Prendiamo Indian Wells. Per buona parte degli ultimi tre anni, ogni volta che si sono iscritti allo stesso torneo sono partiti alla pari, da co-favoriti assoluti. Ora che si ritrovano come prime due teste di serie nel deserto californiano, l’aria che si respira è diversa. Alcaraz ha scavato un solco importante grazie ai trionfi agli US Open e agli Australian Open. Lo spagnolo ha già vinto due volte da queste parti e gode dei favori del pronostico; l’azzurro, che qui non si è mai spinto oltre i quarti, parte invece un passo indietro.
Tutto sembra girare a favore di Carlitos nel primo quarto del tabellone. I numeri parlano chiaro: un immacolato 12-0 in questo 2026 e un impressionante 27-1 negli ultimi quattro Major. Torna in uno dei suoi palcoscenici preferiti e viene naturale chiedersi se qualcuno nella sua porzione di tabellone abbia anche solo una mezza speranza di fermarlo. Alex De Minaur, seconda forza di questo spicchio, ha un impietoso bilancio di 0-6 contro lo spagnolo. Bublik ha senza dubbio il talento per far saltare il banco, ma per sfidarlo dovrebbe prima raggiungere i quarti, traguardo mai centrato in California. Casper Ruud ama i campi in cemento lenti e in passato ha dato vita a grandi battaglie con Alcaraz, però ha avuto un inizio di stagione abbastanza opaco. Botic Van de Zandschulp, possibile avversario al terzo turno, vanta forse il curriculum più interessante, avendo battuto il murciano agli US Open due anni fa. Da tenere d’occhio anche la wild card Michael Zheng, originario del New Jersey e studente all’ultimo anno della Columbia University, che se la vedrà con il francese Arthur Cazeaux.
Il terzo quarto: la terra di nessuno
Se la parte alta sembra a senso unico, il terzo quarto è un vero e proprio enigma aperto a qualsiasi scenario. Alexander Zverev e Lorenzo Musetti guidano il seeding in questa zona, ma il feeling con il deserto è per entrambi rivedibile. Il tedesco viaggia con un record di 13 vittorie e 9 sconfitte a Indian Wells e non è mai andato oltre i quarti di finale. Il toscano fa persino peggio, fermo a un bilancio di 3-5 e mai capace di superare il terzo turno.
Chi potrebbe infilarsi in questo varco? Flavio Cobolli è un nome caldo, fresco vincitore del titolo di Acapulco dopo aver piegato Frances Tiafoe in finale. La sfortuna vuole che i due potrebbero scontrarsi nuovamente già al terzo turno. Attenzione poi a Félix Auger-Aliassime. Nell’ultimo mese il canadese ha cambiato marcia portando a casa un titolo, una finale e una semifinale. Il tabellone lo proietta verso un possibile incrocio al terzo turno con Andrey Rublev, che però arriva direttamente da Dubai, dove era impegnato con Medvedev.
La Sampdoria ipoteca la salvezza: 2-0 alla Salernitana nell’andata dei playout
Il messaggio della gradinata del Ferraris non ammetteva repliche. Uno striscione eloquente, “Manfredi, dirigenti competenti e basta fallimenti”, ha accolto le squadre in campo all’ingresso sul prato verde. L’urgenza di mantenere la categoria si respirava nell’aria. Dopo un mese di attesa snervante dovuto al caso Brescia, è andato finalmente in scena il primo atto di questo drammatico playout di Serie B. Ad avere la meglio è stata la Sampdoria. I ragazzi guidati da Evani si sono imposti per 2-0, compiendo un passo enorme verso la permanenza nel campionato cadetto e spingendo inevitabilmente i campani sull’orlo della Serie C.
Spinta offensiva e il timbro di Meulensteen
Fin dai primissimi istanti, i padroni di casa hanno messo sul piatto tutta la loro determinazione. L’obiettivo era azzannare subito la partita. Il tecnico doriano ha scommesso sul tandem offensivo formato da Coda e Sibilli, e proprio quest’ultimo si è rivelato un autentico incubo per la retroguardia ospite. Dopo aver disorientato la difesa avversaria con una finta pregevole, il numero 33 ha però clamorosamente fallito il bersaglio. Non si è arreso. Al minuto 24 ci ha riprovato con una conclusione potentissima, trovando sulla sua strada un riflesso prodigioso di Christensen. La svolta è maturata al 39′. Ferrari ha pennellato un cross perfetto da calcio d’angolo e Meulensteen, curiosamente già letale per i granata nella sfida di maggio, ha svettato di testa insaccando il pallone dell’1-0.
Scintille nel finale e il raddoppio
Nella ripresa la formazione ligure ha saputo gestire il prezioso vantaggio, decidendo di colpire in modo definitivo solo nei minuti conclusivi. Una provvidenziale zampata di Curto ha chiuso i conti. Gli istanti finali della gara di Marassi sono stati però macchiati da un fortissimo nervosismo, sfociato in due inevitabili espulsioni: prima ha dovuto abbandonare il campo Borini per la Sampdoria, seguito a ruota da Stojanovic per gli ospiti. Il fischio dell’arbitro è arrivato poi coperto dagli applausi scroscianti del pubblico genovese.
L’ardua missione all’Arechi
Tra soli cinque giorni, lo stadio Arechi di Salerno si trasformerà nel teatro dell’ultimo, definitivo verdetto. La Salernitana si trova di fronte a una montagna quasi impossibile da scalare. Per ribaltare la situazione e salvarsi, ai granata servirà un’impresa assoluta: dovranno vincere con almeno due reti di scarto, forti del fatto che in caso di parità complessiva al termine del doppio confronto la spunterebbe la formazione di Marino. Servirà però una prestazione sideralmente lontana da quella opaca vista stasera. L’allenatore dovrà fare affidamento sull’esperienza e sull’orgoglio dell’intera rosa. Dagli estremi difensori come Pietro Terracciano e Thomas Strakosha, passando per i veterani della linea arretrata tra cui Raffaele Schiavi, Trevor Trevisan e Alessandro Tuia. A centrocampo, i muscoli e la corsa di elementi come Davide Moro, Andrea Bovo e Manolo Pestrin dovranno supportare l’estro di giocatori come Ronaldo e Leonardo Gatto. In attacco, il peso disperato della rimonta graverà sulle spalle di Alfredo Donnarumma, Antonio Zito, Sergiu Bus e dell’australiano Ikonomidis. L’appuntamento è fissato a venerdì: non ci sono più prove d’appello.
Sinner-Alcaraz, egemonia e contromosse: la lezione di Djokovic. Jannik intanto riparte da Halle: “Ho staccato col ping pong”
Carlos Alcaraz e Jannik Sinner continuano a estendere la loro egemonia sui tornei del Grande Slam, una supremazia ribadita dal recente trionfo dello spagnolo agli Australian Open. Novak Djokovic, fedele al suo ruolo di ultimo baluardo della vecchia guardia, ha dato fondo a tutte le sue energie per arginare questa ondata, prima superando Sinner in semifinale e poi strappando il primo set ad Alcaraz nell’atto conclusivo. Ed è proprio osservando quel parziale d’apertura che Greg Rusedski ha individuato una traccia, forse l’unica, per scardinare il controllo dei due giovani fenomeni.
Nella prima parte del duello a Melbourne, Djokovic ha quasi fermato il tempo, dominando il numero uno del mondo con un’urgenza tattica impressionante. Il ventiquattro volte campione Slam ha negato al giovane rivale qualsiasi tempo per ragionare, servendo con autorità e spingendo col dritto per chiudere il punto a rete. Un avvio folgorante che ha visto il serbo concedere le briciole al servizio e brekkare due volte il favorito in poco più di mezz’ora. Alcaraz, apparso vulnerabile e incapace di trovare il suo ritmo, sembrava alle corde. Tuttavia, la freschezza atletica ha poi fatto la differenza: con il calare dell’intensità di Novak e l’emergere della fatica fisica, l’inerzia è passata nelle mani dello spagnolo, abile a recuperare lo svantaggio e a sigillare il suo primo titolo australiano.
Aggredire subito: l’unica via possibile
Secondo l’analisi di Rusedski, quel primo set non deve essere archiviato come un momento fugace, ma studiato come un vero e proprio manuale tattico. I giocatori che ambiscono a sfidare il duopolio Sinner-Alcaraz non possono permettersi il lusso di un tennis passivo o di entrare in partita gradualmente, specialmente nei Major. La strategia deve essere l’attacco totale fin dalla prima palla, prendendo rischi calcolati per rompere il ritmo agli avversari immediatamente.
“Una volta che Carlos e Jannik entrano in confidenza e si sentono a loro agio, per gli altri non c’è più nulla da fare”, avverte l’ex tennista britannico. “Lo abbiamo visto nella finale: Djokovic è partito forte, aggredendo e scendendo a rete. Gli altri devono capire che quella è l’unica strada, perché se permetti a questi due di impostare il loro gioco, le tue possibilità svaniscono”. Certo, replicare l’intensità di Djokovic è impresa ardua, ma il serbo ha dimostrato che uno spiraglio esiste e il resto del circuito dovrà avere il coraggio di infilarcisi.
Sinner riparte da Halle: tra amici e normalità
Mentre il mondo del tennis analizza come fermare la coppia d’oro, Jannik Sinner guarda avanti. Tornato a parlare per la prima volta dopo la finale del Roland Garros persa proprio contro Alcaraz, l’azzurro è approdato ad Halle per difendere il titolo conquistato lo scorso anno. Nella giornata dedicata ai media, il numero uno del mondo ha raccontato come ha gestito i giorni immediatamente successivi alla delusione parigina, cercando rifugio nella semplicità.
“Ho passato qualche giorno con gli amici e i miei familiari, divertendomi con cose normali, come giocare a ping pong”, ha confessato Jannik. Per il campione altoatesino, la chiave per metabolizzare la sconfitta risiede nel trovare un equilibrio fuori dal campo, circondandosi di persone che gli vogliono bene per staccare la spina dalla pressione agonistica.
La prospettiva positiva
L’atteggiamento mentale di Sinner rimane la sua arma più affilata. Ai microfoni di Sky, ha spiegato come la delusione possa essere trasformata in consapevolezza a seconda della prospettiva da cui la si osserva. Inutile rimuginare sui dettagli negativi o sui match point mancati; meglio concentrarsi sul quadro generale. “Posso vedere una partita mai giocata così bene su quella superficie”, ha sottolineato Sinner, evidenziando come essere rimasto mentalmente “sul pezzo” per cinque ore e mezzo sulla terra rossa rappresenti un segnale di enorme crescita.
Ora l’attenzione si sposta sull’erba tedesca. Se per il singolare bisognerà attendere probabilmente martedì, il ritorno in campo è già previsto in doppio al fianco di Lorenzo Sonego, ricomponendo così la coppia protagonista della cavalcata in Coppa Davis del 2023.
Verso il Mondiale 2026: percorsi blindati per le big e il ricordo dell’epica battaglia di Lusail
Mentre il mondo del calcio attende con impazienza il prossimo capitolo della sua storia, la FIFA ha delineato le procedure per il sorteggio della Coppa del Mondo 2026, introducendo regole ferree per proteggere lo spettacolo. La Spagna e l’Argentina campione in carica, rispettivamente prima e seconda nel ranking, saranno posizionate in parti opposte del tabellone. Una sorte simile toccherà a Francia e Inghilterra: se queste quattro potenze vinceranno i rispettivi gironi, sarà matematicamente impossibile vederle scontrarsi prima delle semifinali.
La mappa del nuovo Mondiale a 48 squadre
L’obiettivo della federazione internazionale è chiaro: mantenere un equilibrio competitivo nel nuovo formato allargato a 48 nazionali. L’appuntamento è fissato per il 5 dicembre a Washington, dove verranno definiti i gruppi, mentre il calendario dettagliato con stadi e orari sarà reso noto il giorno successivo. Nella prima fascia, oltre alle nazioni ospitanti (Canada, Messico e Stati Uniti), figurano le superpotenze europee e sudamericane: Spagna, Argentina, Francia, Inghilterra, Brasile, Portogallo, Olanda, Belgio e Germania.
La composizione delle altre urne riflette la globalità del torneo: la seconda fascia include squadre insidiose come Croazia, Uruguay e l’outsider Marocco; la terza vede la presenza di nazionali storiche come l’Egitto e l’Algeria, mentre la quarta attende ancora le vincitrici degli spareggi europei e intercontinentali. Con il calcio d’inizio previsto per l’11 giugno e la finale il 19 luglio nel New Jersey, i vincoli confederali garantiranno la varietà geografica nei gironi, con la sola eccezione della UEFA che potrà schierare fino a due rappresentanti nello stesso raggruppamento.
Le cicatrici di una finale indimenticabile
Proprio la tutela riservata ad Argentina e Francia nel sorteggio del 2026 ci riporta inevitabilmente indietro nel tempo, a quella notte in Qatar dove queste due nazionali hanno dato vita a una delle finali più incredibili della storia del calcio. Una partita che ha visto l’Albiceleste laurearsi Campione del Mondo per la terza volta, ma solo dopo una battaglia psicologica e tecnica senza precedenti contro i transalpini.
Per ottanta minuti, la gara è stata un monologo della squadra di Scaloni. Messi ha aperto le danze al 23′ trasformando con freddezza un rigore concesso per fallo di Dembélé su Di Maria. Poco dopo, al 36′, è arrivato il raddoppio: un contropiede da manuale sull’asse Messi-Alvarez-Mac Allister ha liberato Di Maria, che con un diagonale chirurgico ha battuto Lloris. La Francia sembrava alle corde, incapace di reagire e senza aver mai calciato verso la porta di Emiliano Martinez per gran parte del match.
La resurrezione francese e i supplementari di fuoco
Quando tutto sembrava scritto, il calcio ha mostrato la sua natura imprevedibile. All’80’, Kylian Mbappé ha riaperto i giochi dal dischetto e, appena 97 secondi dopo, ha gelato l’Argentina con una splendida volée su assist di Thuram, siglando il 2-2 e diventando il primo giocatore dopo Ronaldo nel 2002 a segnare una doppietta in finale. Lo shock per i sudamericani è stato violento, trascinando la sfida ai tempi supplementari.
L’extra time è stato un concentrato di emozioni pure. Messi, mai domo, ha riportato avanti i suoi al 108′ con un tap-in sottomisura dopo una parata di Lloris su Lautaro Martinez. Ma la Francia non si è arresa: al 118′, un tocco di mano di Montiel in area ha regalato a Mbappé il rigore del 3-3, permettendogli di completare la sua tripletta personale. Nel finale mozzafiato, Kolo Muani ha avuto sul piede la palla del ko, ma una parata miracolosa in “spaccata” di Emiliano Martinez ha salvato l’Argentina, trascinando il verdetto ai calci di rigore.
L’epilogo dagli undici metri
La lotteria dei rigori ha premiato la freddezza dei sudamericani e condannato gli errori dei “Bleus”. Mentre Messi e Mbappé non hanno fallito i loro tentativi, la figura di Emiliano Martinez si è ingigantita nuovamente parando il tiro di Coman. L’errore successivo di Tchouameni, che ha calciato fuori, ha spianato la strada all’Argentina.
Il rigore decisivo è toccato a Montiel: il difensore ha spiazzato Lloris calciando all’angolino basso, scatenando la festa albiceleste. Una conclusione perfetta per una partita che rimarrà negli annali, un metro di paragone assoluto per lo spettacolo che ci attende nel 2026 tra Stati Uniti, Messico e Canada.
L’esordio promettente di Cooper Flagg
L’attesa è quasi finita: il debutto ufficiale di Cooper Flagg in NBA è ormai alle porte. Lunedì notte, Flagg ha disputato la sua prima partita di preseason con i Dallas Mavericks, pochi mesi dopo essere stato selezionato come prima scelta assoluta al draft. Nonostante sia rimasto in campo solo per 14 minuti, il suo contributo è stato fondamentale nella vittoria per 106-89 contro gli Oklahoma City Thunder alla Dickies Arena di Fort Worth, Texas. Dopo un inizio un po’ lento, i primi punti di Flagg sono arrivati nel secondo quarto con uno spettacolare layup acrobatico in mezzo al traffico. Meno di un minuto dopo, ha confermato il suo talento mettendo a segno una tripla dal palleggio. Anche prima di iniziare a segnare, Flagg è apparso subito a suo agio, servendo a Dwight Powell l’assist per una schiacciata facile dopo aver gestito il contropiede. All’intervallo, il suo tabellino segnava già 10 punti e 6 rimbalzi con un 3 su 6 dal campo, mentre i Mavericks avevano accumulato un vantaggio di 26 punti.
Un nuovo inizio dopo una stagione difficile
Questa prestazione, sebbene in una partita non ufficiale, rappresenta un passo cruciale per Flagg prima dell’inizio della sua carriera in NBA, previsto per il 22 ottobre contro i San Antonio Spurs di Victor Wembanyama. Flagg ha dominato al college con Duke, dove ha vinto il premio di National Player of the Year e ha trascinato i Blue Devils fino alle Final Four, con una media di 19,2 punti e 7,5 rimbalzi a partita. La sua scelta è arrivata a sorpresa per i Mavericks, che, pochi mesi dopo il caotico addio alla superstar Luka Dončić, hanno vinto la lotteria del Draft per la prima volta nella loro storia, pur avendo solo l’1,8% di possibilità. La scorsa stagione, i Mavericks hanno chiuso con un record di 39-43, crollando visibilmente dopo la cessione di Dončić e affrontando infortuni gravi, come la rottura del legamento crociato anteriore di Kyrie Irving, il cui rientro è previsto a metà stagione.
Klay Thompson e le ambizioni da titolo
Una voce autorevole all’interno dello spogliatoio è quella di Klay Thompson, uno che di vittorie in NBA se ne intende. Con quattro titoli vinti con i Golden State Warriors, Thompson sa cosa serve per arrivare fino in fondo. Insieme a lui, i Mavericks possono contare sull’esperienza di altri due campioni: Anthony Davis, che ha vinto un titolo con i Lakers nel 2020, e Kyrie Irving, campione nel 2016 contro gli stessi Warriors di Thompson. Ma una squadra guidata da due veterani come Davis e Irving, entrambi sopra i 32 anni e spesso soggetti a infortuni, insieme a una matricola come Cooper Flagg, ha davvero la possibilità di puntare al titolo in una Western Conference così competitiva? Secondo Thompson, la risposta è un sì convinto.
Una nuova identità per i Mavericks
L’ottimismo di Thompson si basa sul potenziale difensivo della squadra. «Non c’è motivo per cui non possiamo essere la miglior difesa della lega», ha dichiarato a The Athletic. «Nella mia esperienza, per vincere servono giocatori capaci di incidere su entrambi i lati del campo. E noi li abbiamo». Questa filosofia è nata dalla trasformazione della squadra, iniziata con la cessione di Luka Dončić ai Lakers in cambio di Anthony Davis, dell’ala Max Christie e di una prima scelta al draft. Quest’estate, inoltre, è arrivato il playmaker D’Angelo Russell per sopperire all’assenza di Irving. Thompson è consapevole che l’approccio dovrà cambiare: «Dobbiamo giocare in modo diverso, sfruttando i nostri punti di forza», ha spiegato. «Questo significa tagli senza palla e gioco che passa attraverso i nostri lunghi. Sappiamo che ogni sera un giocatore diverso può essere protagonista. Ovviamente i leader sono Kyrie e A.D., ma finché non saranno in campo con continuità, toccherà a qualcun altro farsi avanti». Giusto o no, le aspettative a Dallas sono destinate a salire vertiginosamente. E il diciottenne Flagg avrà un ruolo cruciale nel guidare la franchigia fuori dalle difficoltà della scorsa stagione e riportarla ai vertici di una Western Conference mai così competitiva.
Doppietta McLaren in Ungheria, ma Stella ammette: “Gestire Norris e Piastri è difficile”
Le qualifiche del Gran Premio d’Ungheria si tingono dei colori della McLaren, con una prima fila monopolizzata dal team di Woking. Lando Norris ha conquistato una strepitosa pole position, seguito a ruota dal compagno di squadra Oscar Piastri. Un risultato eccezionale che, tuttavia, arriva in un momento delicato per la scuderia, alle prese con la crescente rivalità interna tra i suoi due piloti, come emerso chiaramente nel precedente Gran Premio di Singapore.
La Consacrazione in Ungheria
Sulla pista dell’Hungaroring, Norris ha fermato il cronometro sull’1:15.227, precedendo di un soffio Piastri. Alle loro spalle si è piazzato il leader del mondiale, Max Verstappen su Red Bull, che completa la top 3. Buona la prestazione di Carlos Sainz, che con la sua Ferrari ha agguantato la quarta posizione, mettendosi davanti alla Mercedes di Lewis Hamilton. Più attardato l’altro ferrarista, Charles Leclerc, solo sesto. Le qualifiche si sono rivelate invece deludenti per Sergio Perez (16°), finito a muro nel Q1, e George Russell (17°).
Le Scintille di Singapore e la Gestione del Team
Questo successo arriva mentre il team principal, Andrea Stella, ha ammesso le “difficoltà” nel gestire la coppia di piloti, specialmente dopo lo scontro avvenuto nel Gran Premio di Singapore. Sul circuito di Marina Bay, Norris ha superato Piastri con una manovra aggressiva nelle prime curve, dopo aver leggermente toccato la Red Bull di Verstappen. La collisione tra i compagni di squadra, seppur lieve, ha scatenato l’ira dell’australiano.
Punti di Vista Opposti e la Fiducia in Gioco
Piastri si è lamentato via radio, ritenendo la manovra contraria alla regola fondamentale del team: evitare contatti tra compagni. Norris, dal canto suo, ha difeso la sua azione, affermando: “Se mi si accusa per essermi infilato in un ampio spazio, allora non si dovrebbe essere in Formula 1. Non c’era nulla di sbagliato in quello che ho fatto”.
Stella ha confermato che il team non ha ritenuto Norris colpevole nell’immediato, attribuendo il contatto alla carambola con Verstappen, ma ha sottolineato l’importanza di un’analisi approfondita. “La revisione deve essere dettagliata e analitica”, ha dichiarato Stella. “In gioco non ci sono solo i punti del campionato, ma la fiducia dei nostri piloti e il modo in cui operiamo come squadra”.
La Filosofia del “Lasciarli Correre”
La gestione dei piloti McLaren si rivela sempre più complessa man mano che la lotta per il titolo si intensifica. La scuderia cerca di mantenere fede al principio di “lasciarli correre” (let them race), pur intervenendo per garantire l’equità, come accaduto a Monza quando a Piastri è stato chiesto di cedere la posizione a Norris. Tuttavia, Stella ha riconosciuto la complessità della situazione: “Quando si corre come una squadra, gli interessi dei due piloti non possono essere identici. Vogliamo proteggere questo concetto, ma sappiamo che non appena lo adotti, affronti delle difficoltà“.
La Griglia di Partenza Completa del GP d’Ungheria
Di seguito la griglia di partenza completa del Gran Premio d’Ungheria:
-
1ª Fila
-
Lando Norris (McLaren) – 1:15.227
-
Oscar Piastri (McLaren) – 1:15.249
-
-
2ª Fila 3. Max Verstappen (Red Bull) – 1:15.273 4. Carlos Sainz (Ferrari) – 1:15.696
-
3ª Fila 5. Lewis Hamilton (Mercedes) – 1:15.854 6. Charles Leclerc (Ferrari) – 1:15.905
-
4ª Fila 7. Fernando Alonso (Aston Martin) – 1:16.043 8. Lance Stroll (Aston Martin) – 1:16.244
-
5ª Fila 9. Daniel Ricciardo (RB) – 1:16.447 10. Yuki Tsunoda (RB) – 1:16.477
-
6ª Fila 11. Nico Hülkenberg (Haas) – 1:16.317 12. Valtteri Bottas (Kick Sauber) – 1:16.384
-
7ª Fila 13. Alexander Albon (Williams) – 1:16.429 14. Logan Sargeant (Williams) – 1:16.543
-
8ª Fila 15. Kevin Magnussen (Haas) – 1:16.548 16. Sergio Perez (Red Bull) – 1:17.886
-
9ª Fila 17. George Russell (Mercedes) – 1:17.968 18. Guanyu Zhou (Kick Sauber) – 1:18.037
-
10ª Fila 19. Esteban Ocon (Alpine) – 1:18.049 20. Pierre Gasly (Alpine) – 1:18.166
Formula E, mercato piloti in fermento: Citroën ufficializza la coppia Vergne-Cassidy, DS Penske punta sul talento di Barnard
Il mercato piloti del campionato mondiale di Formula E entra nel vivo con due annunci di grande rilievo che delineano gli equilibri della prossima stagione. Mentre Citroën fa il suo ingresso ufficiale presentando una formazione stellare, il team DS Penske si assicura uno dei talenti più promettenti del paddock, il giovane Taylor Barnard.
L’esordio di Citroën con una coppia di campioni
Dopo aver confermato la sua partecipazione al prossimo ABB FIA Formula E World Championship, Citroën ha sciolto le riserve, annunciando la coppia di piloti che guiderà le monoposto del “Double Chevron”. La scelta è ricaduta su due nomi di altissimo profilo: il francese Jean-Éric Vergne e il neozelandese Nick Cassidy, entrambi piloti di indiscusso talento e con una solida esperienza nella categoria elettrica.
Jean-Éric Vergne, 35 anni, è una vera e propria icona della Formula E. Dopo un’esperienza in Formula 1 con la Toro Rosso, è approdato nella serie elettrica sin dal suo esordio nel 2014, diventando il primo pilota nella storia a conquistare due titoli mondiali consecutivi con il team DS Techeetah. La sua versatilità lo vede impegnato anche nel mondiale endurance (FIA WEC) con Peugeot TotalEnergies, team con cui corre anche il suo nuovo compagno di squadra.
Nick Cassidy, 31 anni, è considerato uno dei talenti più completi della sua generazione. Dopo aver dominato le scene del motorsport giapponese, dove ha conquistato la prestigiosa “tripletta” di titoli in Super Formula, Super GT e Formula 3, è sbarcato in Formula E nel 2020, affermandosi rapidamente come uno dei principali protagonisti. Reduce da due stagioni di alto livello con Jaguar TCS Racing, dove ha lottato per il titolo, Cassidy porta in Citroën velocità e una grande abilità strategica.
DS Penske scommette sul futuro: arriva Taylor Barnard
Contemporaneamente, un’altra mossa ha scosso il paddock: DS Penske ha ufficializzato l’ingaggio di Taylor Barnard, il giovane pilota britannico che ha impressionato tutti nella sua stagione di debutto. Considerato il “pezzo pregiato” dell’ultimo mercato, Barnard era corteggiato da numerosi team, ma ha scelto la scuderia franco-statunitense per affiancare Max Gunther e dare l’assalto al titolo, sfidando i campioni in carica di Nissan.
Il potenziale di Barnard è apparso evidente fin dalle prime gare con la McLaren. Ciò che ha colpito di più, oltre alla pura velocità, è stata la sua costanza di rendimento, la maturità e la capacità di lavorare in sintonia con gli ingegneri, qualità fondamentali in una categoria complessa come la Formula E. Nella sua stagione d’esordio ha conquistato due pole position, cinque podi e un notevole quarto posto nella classifica finale.
Dall’incertezza McLaren alla corsa per il titolo
L’addio della McLaren al campionato al termine della scorsa stagione ha reso Barnard uno dei piloti più desiderati sulla piazza. “Abbiamo capito che la McLaren avrebbe potuto lasciare la Formula E intorno al periodo di Jeddah, ma la conferma definitiva è arrivata molto più tardi. È stato un periodo difficile”, ha raccontato il pilota britannico.
La situazione ha avuto un forte impatto emotivo su di lui e sul team. “Sapevo di aver ottenuto buoni risultati e che c’era l’interesse di altre squadre, ma è stato comunque un momento intenso. Avevo costruito un ottimo rapporto con tutta la squadra”. Ora, con il sedile in DS Penske, Barnard ha la grande opportunità di trasformare l’incertezza del passato nella sua migliore occasione per coronare il sogno mondiale.
La Spagna vola in finale, Francia ko: decidono Yamal e Olmo
La Spagna è la prima finalista di EURO . Al termine di una partita intensa e combattuta, la squadra di De La Fuente ha superato la Francia in rimonta per 2-1, conquistando l’accesso alla finalissima di domenica, dove affronterà la vincente della sfida tra Olanda e Inghilterra. Per la Francia, il torneo si conclude in semifinale; un risultato importante, ma che lascia l’amaro in bocca a una squadra che non ha mai convinto fino in fondo nel corso della competizione. Per la Spagna, invece, il percorso netto continua con la sesta vittoria in altrettante partite.
Cronaca di una rimonta lampo
La partita si è accesa fin dai primi minuti. È stata la Francia a sbloccare il risultato al 9° minuto con Randal Kolo Muani, bravo a capitalizzare un avvio aggressivo dei suoi. La reazione della Spagna, tuttavia, non si è fatta attendere. Al 21° minuto, il giovanissimo talento Lamine Yamal ha trovato la rete del pareggio, riequilibrando subito le sorti dell’incontro. Galvanizzata dal gol, la Spagna ha continuato a spingere e, appena quattro minuti dopo, al 25°, ha completato la rimonta con un gol di Dani Olmo, che ha fissato il punteggio sul 2-1.
Nella ripresa, la Francia ha cercato con insistenza di riaprire la partita. Nonostante una maggiore pressione e l’ingresso di forze fresche come Griezmann e Giroud, i francesi non sono riusciti a scalfire la solida organizzazione difensiva spagnola. Le occasioni più nitide sono capitate sui piedi di Mbappé e di testa a Upamecano, ma in entrambi i casi la precisione è mancata. La Spagna ha gestito il vantaggio con maturità, controllando il possesso palla e contenendo senza troppi affanni i tentativi finali degli avversari, fino al fischio finale dopo sei minuti di recupero.
Il futuro del Barcellona: da Yamal a Haaland
Mentre la stella di Lamine Yamal brilla luminosa con la sua nazionale, il suo club, il Barcellona, è già al lavoro per programmare il futuro e un attacco stellare. Secondo quanto riporta il quotidiano catalano ‘El Nacional’, il presidente Joan Laporta starebbe preparando un colpo di mercato spettacolare per la prossima estate: l’acquisto di Erling Haaland.
Il piano prevede che Haaland diventi l’erede di Robert Lewandowski. L’attaccante polacco, che avrà 37 anni, sembra destinato a lasciare la Catalogna per una nuova avventura in Arabia Saudita. Sebbene Ferran Torres si sia dimostrato un’alternativa valida, non è considerato un vero e proprio numero nove come il norvegese. Haaland, che ha già iniziato la stagione al Manchester City con cinque gol in quattro partite, è visto come il profilo ideale per guidare l’attacco blaugrana. L’ostacolo principale rimane di natura finanziaria: Haaland ha un contratto fino al 2034 e un costo proibitivo per le casse del Barça. Tuttavia, la dirigenza catalana ha già dimostrato in passato una notevole inventiva nel trovare le risorse necessarie per chiudere operazioni di mercato ambiziose, nonostante l’ingente debito del club.