Sport

L’anima divisa del tennis: tra la poesia di Fognini e la rivolta dei big per i prize money

Ci sono notti in cui il tennis si ricorda di essere uno sport per nostalgici, una questione di talento puro che se ne frega della carta d’identità. Quella andata in scena all’Atp 500 di Rio de Janeiro tra Carlos Alcaraz e Fabio Fognini è stata esattamente questo: una partita bellissima, un manifesto di cosa possa essere questo gioco quando si accende la scintilla giusta. Ha vinto lo spagnolo, come da copione, con il punteggio di 6-7, 6-2, 6-4. Il numero due del mondo e prima testa di serie del tabellone ha strappato il pass per i quarti di finale, ma a rubare gli occhi e il cuore del pubblico è stato il ligure. Nel primo set Fognini ha orchestrato una sinfonia tennistica d’altri tempi. Forse sarà l’ultima, forse no, ma di certo ha dimostrato che si possono anche avere quasi trentasei anni e le caviglie ridotte a un cumulo di acciacchi, eppure, se la voglia di lottare decide di palesarsi, l’età diventa un dettaglio trascurabile di fronte a sprazzi di accecante bellezza.

Rio, del resto, per Fabio è un luogo dell’anima. Un campo che profuma di ricordi dolci, impressi nella terra rossa: una finale persa nel 2015 contro Ferrer, due semifinali — l’ultima proprio l’anno scorso contro lo stesso Alcaraz — e quella memorabile vittoria contro Rafael Nadal, sempre in quel magico 2015. Eppure l’inizio del match aveva il sapore della sentenza definitiva. Carlos Alcaraz, il fenomeno di Murcia con sedici anni in meno sulla carta d’identità, parte a razzo: 3-0 pesante e una palla per il 4-0 che somiglia tanto a un sipario che cala prematuramente. L’azzurro riesce a salvarsi, risale sul 3-1, e da quel momento comincia ufficialmente il Fognini show. Nonostante un dritto che troppo spesso decide di tradirlo, Fabio inizia a tirare fuori colpi dal sapore vintage. Su tutti, quel rovescio lungolinea devastante, eseguito con una naturalezza e una precisione tali che meriterebbe di essere proiettato in loop in ogni scuola tennis del pianeta.

Alcaraz, probabilmente convinto di trovarsi davanti a un avversario già rassegnato, perde la bussola. Lo spagnolo subisce il break, riesce comunque ad arrampicarsi sul 4-2, ma poi cede tre game consecutivi a un Fognini semplicemente meraviglioso, che va a servire per il set sul 5-4. Finita prima del previsto? Nemmeno per idea. Alcaraz rimette le cose a posto sul 5-5 e a quel punto saltano completamente tutti gli schemi tattici: break di Fognini, immediato controbreak di Carlos e si va al tie-break. Una bolgia pazzesca, col pubblico di Rio completamente impazzito. Il murciano scappa sul 4-2, ma Fabio ricuce ancora il distacco, si porta sul 6-5 grazie a traccianti da urlo e questa volta non trema, incassando un set clamoroso quanto meritato.

Il tennis moderno, però, è una macchina logorante. Dopo un trattamento medico alla caviglia destra di Fognini, l’equilibrio si spezza. Entra in campo la versione furiosa di Alcaraz che, complice l’inevitabile calo fisico dell’italiano, vola sul 4-0 in un amen e archivia il secondo parziale per 6-2. Chi si aspettava un terzo set fotocopia, è rimasto deluso. Sotto di due break, Fognini trova le ultime energie per strappare il servizio allo spagnolo, si porta sul 3-2 e inizia a giocare punto su punto. Alcaraz trema, fatica, ma alla fine riesce a chiudere sul 6-4 dopo due ore e quarantasette minuti di un tennis d’alta scuola, merce rara di questi tempi. Per Fognini niente rivincita, ma solo una standing ovation interminabile.

Tuttavia, lo sforzo titanico e lo spettacolo che atleti come Fognini regalano sul campo aprono una riflessione più profonda sul momento storico che sta attraversando il circuito. Quella magia che riempie gli spalti e incolla i telespettatori allo schermo è il motore di un business miliardario, i cui proventi, secondo i giocatori, non vengono distribuiti in modo equo. La frustrazione accumulata dietro le quinte sta infatti per scatenare una tempesta diplomatica proprio alla vigilia del torneo più prestigioso del mondo, Wimbledon.

La protesta, nata in sordina sulla terra battuta del Roland Garros, è legata a una rivendicazione ben precisa: i tennisti lamentano che il montepremi totale dello Slam parigino rappresentasse appena il 14,3% delle entrate complessive generate dal torneo. La risposta dell’All England Club non si è fatta attendere, con l’annuncio di un aumento del 20% del montepremi complessivo per l’edizione di quest’anno, portando l’assegno per i vincitori del singolare alla cifra record di 3,6 milioni di sterline, circa 4,75 milioni di dollari. Una mossa che la presidente del club, Deborah Jevans, sperava potesse bastare a placare gli animi.

I calcoli dei giocatori, però, dicono altro. Una nota ufficiale diffusa da una società di consulenza che rappresenta gli atleti ha confermato che lo stato di agitazione proseguirà senza sosta durante la prima settimana dei Championships. La protesta si tradurrà in un parziale silenzio stampa: i top player ridurranno i propri impegni mediatici contrattuali a un massimo di 15 minuti per conferenza. Una decisione simbolica che riflette la percentuale dei ricavi que Wimbledon riserva ai giocatori, stimata quest’anno al 14,4%. Un dato che, nonostante l’incremento sbandierato dagli organizzatori, risulta persino inferiore al 14,9% che i tennisti percepivano dieci anni fa.

I rappresentanti dei giocatori, dopo aver consultato approfonditamente i colleghi di entrambi i circuiti ATP e WTA, hanno formalizzato la decisione ai vertici di Wimbledon. A Parigi la protesta ha già incassato l’adesione di pesi massimi del circuito femminile come la numero uno Aryna Sabalenka, Coco Gauff e Iga Swiatek, oltre al leader del ranking maschile Jannik Sinner, tutti uniti nel limitare le apparizioni davanti ai microfoni. Tra i big, l’unica eccezione di rilievo è stata quella di Novak Djokovic, rimasto fuori dall’iniziativa. Il braccio di ferro è ormai aperto: mentre sul campo si continua a lottare per la gloria e per regalarci notti immortali come quella di Rio, fuori dal rettangolo di gioco i tennisti hanno deciso che il loro silenzio possa fare molto più rumore delle loro racchette.

Altri sport

Estasi a San Siro e schiaffi sul mercato: l’Inter vola a Monaco, ma il Chelsea le scippa Palestra

Chi ha abbandonato gli spalti del Meazza al novantesimo, con la testa tra le mani e il passo greve, si è bruciato un frammento di pura vita che non recupererà mai più. Anche tra quarant’anni, chi è rimasto attaccato al seggiolino fino all’ultimo respiro ricorderà quell’abbraccio catartico dato a perfetti sconosciuti in una folle notte di maggio. Altro che Humphrey Bogart a Casablanca: “Avremo sempre Parigi? Macché, il 4-3 col Barcellona”.

L’Inter fa fuori i blaugrana in una semifinale da infarto, pura anarchia calcistica con 13 gol complessivi tra andata e ritorno, e stacca il pass per la sua settima finale di Champions League. La seconda in appena tre anni. Un cero andrebbe acceso a San Francesco Acerbi da Vizzolo Predabissi, planato in area di rigore come un falco pellegrino all’ultimo minuto di una partita che l’inerzia aveva ormai consegnato ai catalani sul 3-2. E un altro a San Davide Frattesi, il ragazzotto di Fidene che cala il poker ai supplementari e si arrampica sulle inferriate manco stesse scalando l’Everest. Da lassù, oltre le nuvole di Milano, la destinazione è già nitida: Monaco di Baviera, 31 maggio, l’ultimo atto contro il PSG.

Il primo tempo è cinema puro, e la chiave di volta ha undici lettere: elettricità. Pronti, via e Lamine Yamal sguscia tra le maglie avversarie come un serpente a sonagli. San Siro capisce l’antifona: fischia, mugugna, prova a spingere quintali di pressione nei timpani del diciassettenne. Il piano tattico dei catalani è una fotocopia di quello visto al Montjuic: palla al 19 e preghiamo che inventi qualcosa. Eppure la gabbia architettata dall’Inter tiene botta. Dimarco accorcia tempestivo, Bastoni va al raddoppio, Mkhitaryan fa una legna pazzesca e i nerazzurri respirano, tirando fuori dal cilindro il proprio spartito: sventagliate a tagliare il campo per Dumfries, l’indispensabile coltellino olandese.

Il Barça, spavaldo e zeppo di idee, si piazza con una linea altissima di zemaniana memoria, sfidando sistematicamente l’imbucata. E puntualmente, al 21′, paga dazio. Dimarco raccoglie un sombrero di Barella volante e d’esterno serve il solito Denzel sulla destra. L’olandese si traveste da rifinitore puro e imbecca Lautaro, glaciale a firmare il nono timbro personale in Champions. Col passare dei minuti, i tatticismi preparati in settimana affogano nell’adrenalina. Yamal è un demonio impredibile, ma l’Inter ha i canini affilati e azzanna la partita. Il 2-0 è un capolavoro di cinismo: scivolata monumentale di Bastoni da far spellare le mani, ribaltamento di fronte e il tandem Lautaro-Calhanoglu apparecchia il raddoppio. Il Toro si guadagna un penalty per un tackle ruvido di Cubarsì, il turco gela Szczesny dal dischetto. Il tutto vidimato dal Var Marciniak, sotto lo sguardo tarantolato di un Inzaghi che ha giocato da dodicesimo uomo. Si va a riposo in un clima da far west, con tutta la panchina interista imbestialita per uno sputo di Iñigo Martinez all’indirizzo di Acerbi subito dopo il rigore, clamorosamente sfuggito alla terna.

Il crollo, il miracolo e la dura legge del mercato

Chissà quali corde avrà toccato Flick negli spogliatoi. Fatto sta che il Barcellona rientra in campo come un pugile suonato a cui l’allenatore ha tirato due ceffoni ricordandogli il peso delle cinque Champions in bacheca. In sei minuti l’uno-due catalano manda l’Inter al tappeto: destro al volo di Eric Garcia sotto l’incrocio al 54′, poi fotocopia letale di Dani Olmo che punisce una dormita in marcatura di Carlos Augusto. In cattedra ci sale Gerard Martin, improvvisamente trasformatosi da difensore a rifinitore d’élite.

Nel mezzo c’è tempo per un mezzo miracolo di Sommer su Garcia alla fine di un contropiede magistrale nato da un corner a sfavore, ma l’inerzia è girata. È un Barça rabbioso, che guadagna metri e schiaccia un’Inter in debito d’ossigeno. Il Var toglie un rigore ai blaugrana al 70′ (fallo di Mkhitaryan avvenuto fuori area), prima che il solito Yamal costringa Sommer agli straordinari con un mancino velenoso. A un passo dai supplementari, il patatrac: Raphinha, in tap-in dopo una prima respinta svizzera, firma il gol del clamoroso 3-2. Ribaltone completato.

È qui che subentra l’effetto San Siro. Mentre frotte di tifosi si avviano rassegnati verso le uscite, Dumfries si ricorda di essere l’incubo ricorrente dei catalani. Ara la fascia, mette in mezzo un pallone basso e tesissimo. Lautaro, sfinito, non c’è più, ma al suo posto spunta proprio Acerbi, che di destro trova la zampata del 3-3 prolungando l’agonia blaugrana e regalando un pass per l’epilogo ai supplementari.

Eppure, mentre Milano trema ancora di gioia e l’eco dell’impresa rimbomba in tutta Europa, nei salotti dirigenziali si gioca una partita decisamente più cinica e spietata. È la catena alimentare del calcio moderno: puoi fare miracoli sul prato verde, ma quando le corazzate inglesi fiutano l’affare, il romanticismo lascia spazio ai bonifici.

Proprio nelle ore in cui l’Inter toccava il cielo con un dito, il Chelsea le ha letteralmente scippato da sotto il naso Marco Palestra. Il club di Viale della Liberazione era convinto di avere in tasca uno dei talenti difensivi più cristallini della Serie A, con un accordo di massima già imbastito con l’Atalanta. Poi è arrivato il blitz londinese. I Blues si sono mossi tardi ma con una prepotenza economica inaudita, chiudendo l’operazione per una cifra mostruosa: 55 milioni di euro (circa 47,3 milioni di sterline), conditi da una percentuale sulla futura rivendita. Un pacchetto fuori portata per Marotta e Ausilio, che ha spinto la Dea a voltare le spalle all’Inter.

Il fattore Xabi Alonso

Il ventunenne bergamasco diventa così la prima pietra angolare della nuova era targata Xabi Alonso allo Stamford Bridge. Il tecnico spagnolo, che si insedierà ufficialmente il 1° luglio, non si è limitato a dare il via libera, ma ha alzato la cornetta e ha fatto la differenza. Ha parlato direttamente con Palestra per vendergli il progetto tecnico londinese, dimostrando quella stessa fiducia nei giovani che lo ha reso grande al Bayer Leverkusen. Una telefonata che ha stravolto i piani del ragazzo, inizialmente propenso a restare in Italia.

A far innamorare Alonso è stata la sua totale duttilità tattica. Esterno a tutta fascia di natura, Palestra può arare indifferentemente entrambe le corsie e adattarsi senza patemi a fare il terzino puro in una difesa a quattro. Un profilo perfetto per il calcio camaleontico dello spagnolo. D’altronde, i numeri dell’ultima stagione non mentono: reduce da un prestito sontuoso a Cagliari che gli è valso il premio di miglior difensore del campionato, ha chiuso la stagione al secondo posto assoluto per dribbling riusciti. A marzo è arrivato anche l’esordio con la Nazionale maggiore, che ormai lo considera un pilastro per il futuro.

Questo colpo a sorpresa innescherà inevitabilmente un effetto domino in Inghilterra, con ripercussioni paradossali proprio in casa nerazzurra. L’approdo di Palestra a Londra potrebbe infatti spingere Malo Gusto verso l’uscita: il terzino destro francese è già finito sul taccuino del Manchester City e, ironia della sorte, viene monitorato da vicino proprio dall’Inter come piano B. Nel frattempo, i rumors d’oltremanica giurano che il Chelsea non abbia ancora finito di fare spesa in Serie A. Ma per le scaramucce di mercato c’è tempo. Adesso, per i nerazzurri, c’è una valigia da preparare per Monaco di Baviera.

Formula E

Il Futuro della Formula E: Tra Campi Minati Geopolitici e Laboratori ad Alta Velocità

L’attuale instabilità in Medio Oriente sta dando non pochi grattacapi ai vertici del motorsport mondiale. Mentre si avvicina l’annuncio dei calendari per la prossima stagione, i campionati navigano a vista, intrappolati tra la necessità di programmazione e una situazione delicata quanto imprevedibile. Jeff Dodds, CEO della Formula E, non ci gira intorno: la serie elettrica lotterà con le unghie e con i denti per assicurarsi che l’Arabia Saudita rimanga nel calendario del prossimo anno, nonostante la crisi nell’area.

Dopotutto, il regno saudita non è un semplice circuito ospitante. Il Public Investment Fund (PIF) di Riyadh è un partner di peso e azionista di minoranza del campionato. Questa sinergia ha generato alcuni degli eventi più sfarzosi visti di recente, dove i massicci investimenti del PIF e del Ministero dello Sport saudita si traducono in giganteschi spettacoli di droni e fuochi d’artificio da record. Dal 2019, la Formula E ha corso 14 volte in Arabia Saudita, adottando sempre il formato del double-header: le prime dieci tappe si sono tenute nel sito patrimonio dell’umanità di Diriyah, mentre le ultime quattro si sono spostate sul Jeddah Corniche Circuit, lo stesso tracciato impiegato dalla Formula 1.

L’enigma del Calendario Gen4

Tutti gli occhi sono puntati sul 23 giugno, giorno in cui il Consiglio Mondiale del Motorsport FIA dovrebbe svelare le tappe della prima stagione dell’era Gen4, prevista da metà dicembre a luglio 2027. La crisi in Medio Oriente sta complicando i piani di tutti. Stando ai fatti recenti, la F1 è stata costretta a cancellare la sua gara a Jeddah in aprile, mentre la Formula E è riuscita a salvarsi in corner correndo a febbraio, prima che la situazione precipitasse del tutto.

Jeddah starebbe spingendo per ospitare l’apertura della stagione a metà dicembre, un evento che segnerebbe il debutto assoluto delle monoposto Gen4. Pur mantenendo il riserbo in vista dell’annuncio ufficiale, Dodds ha confermato a inizio maggio l’intenzione di correre in Arabia Saudita, ammettendo però la fluidità della situazione. Programmare un evento in Medio Oriente in questo preciso momento storico sembra un azzardo, ma la solida relazione con i sauditi offre un margine di manovra invidiabile. Furono i primi a investire seriamente nel motorsport, e questa flessibilità reciproca significa che se la tappa non dovesse funzionare come apertura stagionale, si troverà un altro slot più avanti nel calendario.

La Pista come Laboratorio: Il Salto Tecnologico di ABB

Ma la Formula E non si esaurisce nelle trattative diplomatiche o nei calendari; il suo vero motore è l’innovazione. E mentre i dirigenti cercano di districarsi nelle dinamiche geopolitiche, in pista i limiti fisici e tecnologici vengono costantemente riscritti. L’ecosistema del campionato funge da vero e proprio laboratorio ad alta velocità, e il recente ritorno sul circuito di Tempelhof a Berlino ha offerto ad ABB il palcoscenico perfetto per svelare l’ultima evoluzione della sua tecnologia.

Si tratta del nuovo convertitore DC-DC della linea Brightloop, integrato direttamente nel GENBETA, un prototipo estremo sviluppato sulla base della vettura Gen3 per spingere al limite assoluto le prestazioni dei veicoli elettrici. Parliamo di una macchina che non scherza: l’anno scorso si è presa il Guinness World Record di velocità su terra al chiuso, raggiungendo i 218,71 km/h all’interno di un edificio a Londra, domata dal pilota della NEOM McLaren Jake Hughes, sbriciolando il primato precedente di oltre 50 km/h.

Oltre la Velocità: L’Efficienza del “Race to Road”

Il cuore di questa nuova diavoleria tecnica sta nella sua capacità di far operare l’elettronica di bordo a voltaggi differenti in modo simultaneo. Da una parte, il convertitore ABB permette alla batteria ad alta tensione da 800 Vdc di scaricare a terra una potenza brutale, garantendo un’accelerazione da 0 a 100 km/h in appena 1,86 secondi. Dall’altra, gestisce parallelamente l’alimentazione a 12 o 24 Vdc per i sistemi periferici, come l’elettronica di controllo, i display e le comunicazioni vitali.

Questa architettura, secondo Dan Cherowbrier, Chief Technology Officer della Formula E, rappresenta una pietra miliare assoluta. L’innovazione sta nell’ottimizzazione pura della gestione energetica, permettendo di far convivere powertrain ad altissima tensione e strumentazione sensibile senza disperdere efficienza.

È un approccio che Fabiana Cavalcante di ABB vede come un tassello fondamentale per mantenere la Formula E all’avanguardia del motorsport sostenibile. Non è pura accademia ingegneristica fine a sé stessa. Connettere il know-how estremo della pista con le condizioni di stress del GENBETA significa raffinare sistemi energetici che, un domani molto vicino, potrebbero definire l’architettura delle nostre auto di tutti i giorni, supportando quella transizione diretta dalla pista alla strada che promette di rivoluzionare la mobilità urbana.

Calcio

Dal rammarico con la Dea alla sfida col Diavolo: il Genoa cerca il riscatto contro un Milan in emergenza

Una doccia fredda, anzi ghiacciata, arrivata proprio quando il traguardo sembrava a un passo. Il Genoa esce con le ossa rotte ma a testa altissima dal rocambolesco 2-3 incassato contro l’Atalanta. È stata una vera e propria partita a scacchi vissuta sul filo del rasoio, che ha visto Andrea Pinamonti caricarsi tutto l’attacco sulle spalle. Il bomber rossoblù ha bucato Rui Patricio (non proprio irreprensibile, da 5.5 in pagella) prima al 37′ per l’iniziale vantaggio, e poi di nuovo al 58′, illudendo un Ferraris caldissimo. In mezzo e dopo, però, la Dea ha tirato fuori gli artigli. Prima l’incursione di Sulemana – uno dei migliori in campo con un 7 pieno, a segno al 47′ – poi il guizzo di Daniel Maldini al 63′ a ristabilire per la seconda volta l’equilibrio. A spezzare definitivamente l’incantesimo ligure ci ha pensato l’uomo più atteso, l’ex di turno: Mateo Retegui. La sua zampata all’89’ ha ammutolito Marassi, regalando tre punti pesantissimi ai bergamaschi in piena zona Cesarini.

Leggendo tra le pieghe del match e dando uno sguardo ai numeri, spicca la prova maiuscola di Norton-Cuffy: un 7 strameritato per la spinta e l’intensità costante sulla fascia. Gilardino ha dovuto mischiare le carte in fretta, perdendo Vásquez (comunque autore di una gara solida, 6.5) dopo appena 35 minuti per fare spazio a De Winter. In mezzo al campo Frendrup si è confermato il solito motorino inesauribile (6.5), mentre sponda nerazzurra Hien ha vissuto una giornata da incubo totale (un 5 netto) nel tentativo di arginare uno straripante Pinamonti. L’Atalanta ha però pescato benissimo dalla panchina, inserendo nell’ultimo quarto d’ora gente come Bellanova, Pasalic, Zappacosta e De Ketelaere, un muro tecnico che ha fiaccato i tentativi finali dei subentrati Thorsby ed Ekuban.

Archiviata l’amarezza per la beffa finale, il calendario impone di voltare pagina immediatamente. All’orizzonte c’è già il Milan, un avversario che promette scintille e che a Milanello ha già iniziato a blindarsi. L’avvicinamento alla sfida di Genova è scattato ieri con la ripresa degli allenamenti post-riposo. Le direttive della società sono chiare: oggi si spinge con una doppia seduta fisica e tattica, mentre da domani scatta il ritiro fino a domenica, vigilia della partita. Max Allegri sa di non poter fallire l’appuntamento, ma deve letteralmente fare di necessità virtù, visti i grossi grattacapi tra infermeria e giudice sportivo.

Pesanti, pesantissime infatti le assenze per squalifica in casa rossonera: mancheranno all’appello calibri come Leão, Saelemaekers ed Estupiñan. Scelte obbligate, dunque, per il tecnico livornese, che promuoverà il giovane Athekame dal primo minuto sull’out di destra. Novità pesanti anche in avanti, dove Nkunku farà coppia con Fullkrug per cercare di scardinare la difesa del Grifone. Sulla corsia mancina si rivede finalmente Bartesaghi, tornato a pieno regime col gruppo proprio ieri, mentre le chiavi della mediana saranno affidate a Samuele Ricci. Sarà lui il regista basso arretrato, scudato dai muscoli, dalla corsa e dagli inserimenti del duo transalpino Fofana-Rabiot. A blindare la porta di Maignan ci penserà il terzetto difensivo composto da Gabbia, Pavlovic e Tomori, con l’inglese che si riprende una maglia da titolare a discapito di De Winter. Una situazione di totale emergenza e riassestamento tattico, come confermato dalle indiscrezioni dei colleghi di Milan Press, che il Genoa dovrà essere lucido e cinico a sfruttare se vorrà mettersi subito alle spalle il passo falso atalantino.

Calcio

Il crepuscolo degli dei di Anfield e l’azzardo da 137 milioni per Wirtz

Il tempo presenta sempre il conto, anche a chi ha scritto la storia. Sulle sponde della Mersey si respira un’aria inequivocabilmente crepuscolare, quella di un ciclo irripetibile che sta per abbassare il sipario. Trent Alexander-Arnold ha già fatto i bagagli per il Real Madrid la scorsa estate, Mo Salah e Andy Robertson saluteranno la Kop a fine stagione, e le fondamenta rimaste iniziano a scricchiolare forte. Il futuro di Alisson è avvolto nella nebbia, con i contatti con la Juventus che si intensificano nonostante sia scattata l’opzione per il rinnovo, mentre Virgil van Dijk si appresta a spegnere 35 candeline entrando nel suo ultimo anno di contratto. Non stiamo assistendo a un normale ricambio generazionale, ma allo smantellamento di un asse portante che finirebbe dritto nella formazione all-time del Liverpool.

L’emorragia di esperienza è letteralmente devastante. Parliamo di giocatori che monopolizzano le classifiche di presenze del club sia in Premier che in Champions League. Salah e Robertson, rispettivamente a quota 313 e 273 apparizioni in campionato, non si sono limitati a macinare chilometri sulla fascia, ma hanno sviluppato una simbiosi quasi telepatica. Hanno condiviso il terreno di gioco in Premier ben 257 volte. Per dare un po’ di prospettiva storica: in tutta la storia del campionato inglese, solo 15 coppie hanno incrociato i tacchetti più spesso, superando perfino binomi iconici come Baines-Jagielka all’Everton o Rooney-Carrick allo United. E Van Dijk? Si ritroverà orfano delle sue valvole di sfogo naturali dopo 246 battaglie calcistiche a lanciare sventagliate millimetriche da sinistra verso l’egiziano, e 219 presenze a fare reparto con lo scozzese. Alisson stesso ha vissuto una fetta enorme della sua carriera protetto da questa linea difensiva. Ricreare questo livello di chimica, di memoria muscolare collettiva, è qualcosa che i soldi difficilmente possono comprare.

Eppure, Arne Slot lo aveva ribadito fino alla nausea: un gruppo coeso è il segreto per restare al vertice. I fatti, d’altronde, gli avevano dato ragione. L’autorità con cui il Liverpool ha passeggiato verso il titolo nella sua prima stagione nasceva proprio dalla stabilità: un solo vero innesto la spesa precedente, Federico Chiesa, e uscite praticamente indolori di elementi ormai ai margini come Thiago Alcântara e Joël Matip. Quest’anno, invece, la squadra annaspa. Ridurre tutto agli addii di Trent e Luis Díaz sarebbe intellettualmente pigro. C’è un trauma collettivo pesantissimo da metabolizzare: la tragica scomparsa di Diogo Jota lo scorso luglio ha lasciato una voragine emotiva e tecnica devastante. Se a questo aggiungiamo un’infermeria perennemente affollata, i nuovi innesti che faticano a ingranare e un crollo di forma verticale per molti titolari, il cortocircuito è spiegato.

Quando perdi l’anima della squadra, non puoi limitarti a rattoppare la rosa con manovalanza di lusso. Devi lanciare un segnale che scuota l’ambiente. Devi scommettere su chi possa accollarsi il peso della rinascita. È esattamente questa l’esigenza viscerale che ha spinto il Liverpool a versare 137 milioni di euro nelle casse del Bayer Leverkusen per Florian Wirtz. Una cifra mostruosa, che fa di lui il calciatore tedesco più pagato di sempre, polverizzando ogni record in una nazione che di fuoriclasse assoluti ne ha sfornati parecchi.

E qui sta il vero snodo cruciale della faccenda. Anagrafica alla mano, Wirtz ha appena compiuto 22 anni, essendo nato nel maggio del 2003. Ma il cartellino del prezzo e la maglia che indosserà non gli concedono più il lusso di essere trattato come un talento in rampa di lancio. Ora deve sbocciare definitivamente come campione fatto e finito, senza alibi. Il talento cristallino che possiede glielo impone, così come i milioni sborsati dai Reds. Ad Anfield serve gente con le spalle larghe, capace di sopportare le pressioni di una piazza che sta vedendo i propri idoli salutare. Wirtz, che ha dimostrato di essere un bel personaggio anche lontano dal rettangolo verde, sembra avere la sfacciataggine giusta per non farsi schiacciare da queste aspettative. Le patate bollenti sono tutte nel suo piatto, e il vuoto lasciato dalla vecchia guardia è il palcoscenico su cui dovrà dimostrare se quei 137 milioni sono stati un azzardo folle o l’inizio di una nuova, luminosa era.

Altri sport

Il dominio di Pogacar al Delfinato e i prossimi appuntamenti in TV

Tadej Pogacar continua a riscrivere la storia del ciclismo moderno. Il fenomeno sloveno ha appena messo in bacheca il suo primo Giro del Delfinato, migliorando decisamente quel quarto posto ottenuto nell’ormai lontano 2020. Parliamo di un risultato clamoroso, impreziosito da ben tre vittorie di tappa, per la precisione la prima, la sesta e la settima. Con questa prestazione maiuscola il campione del mondo è arrivato a toccare quota 99 successi in carriera. Nell’ultima frazione di 133 chilometri con l’impegnativo traguardo sul Moncenisio, a prendersi la scena è stato però Lenny Martinez. Il giovane talento francese in forza alla Bahrain-Victorious si è imposto in solitaria, godendosi un meritato trionfo per distacco. Dietro di lui, con 36 secondi di ritardo, è arrivata la coppia d’oro formata da Jonas Vingegaard e dallo stesso Pogacar. I due grandi rivali hanno fatto il vuoto sull’ultima ascesa a cinque chilometri dal traguardo, staccando inesorabilmente avversari diretti del calibro di Remco Evenepoel e Florian Lipowitz.

L’attesa per la Grande Boucle

Guardando la classifica generale definitiva, il verdetto è chiarissimo. Pogacar si è laureato campione della prestigiosa corsa a tappe superando Vingegaard di 59 secondi, un divario che lascia presagire grande spettacolo per il prosieguo della stagione. Tutti gli occhi degli appassionati sono infatti già puntati sull’evento principale dell’anno. Il Tour de France prenderà il via sabato 5 luglio da Lilla, e sarà proprio sulle strade francesi che andrà in scena l’ennesimo capitolo della sfida tra lo sloveno e il danese.

La Famenne Ardenne Classic 2026 sugli schermi

Nel frattempo il fitto calendario del grande ciclismo non si ferma, offrendo costantemente nuove corse da seguire. Tra gli appuntamenti di rilievo di questa stagione spicca la Famenne Ardenne Classic 2026. Chiunque voglia seguire in diretta le emozioni della classica belga potrà affidarsi alla copertura streaming di FloBikes, semplicemente registrandosi alla piattaforma. L’offerta è strutturata per raggiungere i tifosi letteralmente ovunque. Chi preferisce il salotto di casa può scaricare l’applicazione FloSports, perfettamente compatibile con le principali smart TV e i dispositivi multimediali attualmente sul mercato, inclusi Roku, Fire TV, Google TV, Apple TV, oltre ai sistemi Samsung, VIZIO e LG. Chi è in movimento può invece installare comodamente l’app ufficiale sui propri dispositivi iOS o Android. Qualora gli impegni impedissero di guardare la gara in tempo reale, la piattaforma offre una soluzione molto pratica. Tutti i filmati della corsa verranno regolarmente archiviati in un’apposita libreria digitale, rimanendo sempre a totale disposizione degli abbonati FloBikes per l’intera durata della loro sottoscrizione.

Calcio

Tra l’apoteosi europea e le sirene di mercato: l’Inter si gode i complimenti di Vanoli e ridisegna la squadra

“L’Inter ha fatto un vero e proprio capolavoro”. Paolo Vanoli apre in questo modo la sua conferenza stampa, quasi un atto dovuto alla vigilia dell’attesa sfida di campionato contro una squadra appena approdata alla finale di Champions League. Il tecnico granata spende parole di grande ammirazione per Inzaghi e i suoi ragazzi, esaltando in modo particolare la doppia, spettacolare semifinale giocata contro il Barcellona. Affrontare un avversario di questa caratura è una motivazione che nasce da sola per il Torino, chiamato a scendere in campo con la giusta carica per dare continuità al proprio percorso di crescita.

A tenere banco nei primi minuti è però la salute dello stesso allenatore, che torna a parlare in pubblico dopo il grande spavento vissuto contro il Venezia. Vanoli rassicura tutti con un sorriso: sta bene. Quel malore accusato alla mezz’ora della ripresa è ormai alle spalle. Ci tiene moltissimo a ringraziare lo staff medico del Toro e gli operatori della Croce Rossa, tempestivi ed efficaci nel soccorrerlo direttamente allo stadio. Un episodio che ha scatenato un’ondata di affetto travolgente e inaspettata, tanto da rendergli impossibile rispondere ai tantissimi messaggi ricevuti in questi giorni.

L’infermeria granata e il legame con la storia

Le buone notizie per Vanoli arrivano anche dall’infermeria, con una rosa che sta progressivamente ritrovando i suoi interpreti. Ricci e Linetty sono nuovamente a pieno regime. Anche Casadei è perfettamente recuperato dopo aver gestito un lieve sovraccarico al polpaccio che lo aveva tenuto a riposo per un paio di giorni. La situazione è invece più complessa per altri elementi della rosa. Sosa necessita di ulteriori valutazioni, mentre Karamoh è praticamente fuori dai giochi a causa di un principio di pubalgia avvertito di recente. Sicura anche l’assenza di Pedersen, fermato da un trauma facciale.

La settimana granata è stata inevitabilmente segnata anche dalle emozioni del 4 maggio. Vanoli ha vissuto la sua prima commemorazione a Superga da condottiero della squadra. Il rumore assordante di quel silenzio davanti alla lapide, rotto solamente dalla voce di Zapata intento a leggere i nomi degli Invincibili, ha lasciato nel tecnico un segno profondo. È da questa fortissima eredità che nasce la promessa di non tradire mai i valori del club da qui a fine stagione. Valori incarnati alla perfezione da leggende come Paolo Pulici, graditissimo ospite al Filadelfia nei giorni scorsi. Un incontro definito bellissimo dall’allenatore, fermamente convinto che il futuro si possa costruire solo mantenendo un dialogo vivo con il passato. Un futuro che, guardando al campo, potrebbe vedere l’impiego dal primo minuto di qualche giovane promessa contro l’Inter, con Dembelé che ha ottime chance di partire titolare per accumulare esperienza preziosa.

Il peso della Serie A sul palcoscenico continentale

I recenti successi nerazzurri spingono Vanoli a una riflessione più ampia sullo stato di salute del calcio italiano. Nel nostro Paese la tendenza è spesso quella di essere ipercritici, comportandoci tutti da commissari tecnici pronti a evidenziare solo ciò che non funziona. Guardando i fatti, però, la realtà è ben diversa. La costanza della Fiorentina in Conference League e le grandi cavalcate di Roma e Atalanta in Europa League dimostrano il reale spessore del nostro movimento. La Serie A, tatticamente spietata e complessa, resta un campionato estremamente affascinante e continua a farsi rispettare in tutta Europa.

Il cantiere Inter: rivoluzione totale nel reparto arretrato

Se da una parte l’Inter raccoglie elogi e si gode l’apice del calcio europeo, dall’altra la dirigenza lavora già a fari spenti per programmare il futuro. L’estate nerazzurra si preannuncia caldissima, soprattutto per quanto riguarda il pacchetto arretrato, destinato a subire una vera e propria rivoluzione tra partenze annunciate e incastri di mercato.

La situazione difensiva è a dir poco intricata. Acerbi e Darmian viaggiano ormai verso i saluti, con i loro contratti in dirittura d’arrivo. Il destino di De Vrij è tutto da scrivere e richiederà valutazioni attente da parte della società. Considerando che Palacios ha già fatto le valigie a gennaio, i buchi da tappare cominciano a essere numerosi. Tra le poche certezze assolute c’è Akanji, per il quale l’Inter farà scattare l’opzione di acquisto. Resta invece in sospeso la questione Pavard, vincolata alla decisione del Marsiglia sulla clausola di riacquisto.

A rendere il puzzle ancora più complesso ci sono le legittime richieste di chi finora ha trovato meno spazio. Carlos Augusto spinge per giocare con maggiore continuità, un’ambizione più che giustificata viste le ottime risposte fornite in campo. L’ombra più grande, tuttavia, riguarda Alessandro Bastoni. Il difensore della nazionale è costantemente corteggiato dal Barcellona. Sebbene non abbia ancora mostrato l’intenzione di lasciare Milano, una sua eventuale partenza obbligherebbe la dirigenza a correre immediatamente ai ripari con un colpo di altissimo livello.

I nuovi obiettivi: prestiti e sguardi oltreoceano

Per far fronte a questa imminente emorragia di difensori, Ausilio e Baccin hanno già individuato diverse piste. Oumar Solet resta un nome caldo, un obiettivo inseguito da parecchio tempo. Sondaggi concreti sono stati fatti anche per Tarik Muharemovic, anche se per il centrale di proprietà del Sassuolo c’è da superare la forte concorrenza della Juventus.

La vera novità delle ultime ore porta però Oltremanica. L’Inter sta valutando seriamente l’ipotesi di imbastire un’operazione in prestito per Giovanni Leoni. Il giovane talento di proprietà del Liverpool è reduce da una primissima stagione in Inghilterra pesantemente condizionata da un grave infortunio e cerca un ambiente ideale per rilanciarsi. Oltre ai rinforzi in retroguardia, gli scout nerazzurri mantengono i radar attivi anche in Sudamerica. Direttamente dall’Argentina rimbalzano voci di un forte interessamento per Lautaro Rivero. L’attaccante classe 2003, in forza al River Plate e fresco di prima convocazione in nazionale, è un profilo che la dirigenza interista sta monitorando con grandissima attenzione per il futuro.

Altri sport

Il circuito ATP tra record e ritorni: Sinner dominatore a Miami, Fritz rinasce a Stoccarda

Il rullo compressore Jannik

Il cemento americano parla sempre più italiano. Jannik Sinner continua la sua marcia inarrestabile al Miami Open, spazzando via Frances Tiafoe con un netto doppio 6-2 nei quarti di finale. Una prestazione che certifica il suo stato di grazia, rafforzato da un dato semplicemente spaventoso: l’azzurro ha messo in fila ben 30 set consecutivi vinti nei tornei Masters 1000. Un traguardo impressionante, che gli ha permesso di frantumare il precedente record di 24 parziali appannaggio di Novak Djokovic.

Il Sunshine Double nel mirino

Dopo aver affrontato i primi tornei stagionali in leggera ombra rispetto a Carlos Alcaraz – sbarcato negli States forte di un inizio di 2026 del tutto immacolato, con i trionfi agli Australian Open e in Qatar – Sinner ha ripreso prepotentemente in mano le redini del circuito. Ha fatto suo il trofeo a Indian Wells e ora, sul veloce dell’Hard Rock Stadium, punta dritto alla doppietta. L’uscita di scena prematura dello spagnolo al terzo turno, sorpreso da Sebastian Korda, ha inevitabilmente caricato Jannik dei favori del pronostico. Eppure in campo non c’è stata traccia di pressione. Prima di sbrigare la pratica Tiafoe in appena un’ora e dieci minuti, il numero due del tabellone si era già sbarazzato agilmente di Corentin Moutet e Alex Michelsen, guadagnandosi la sesta sfida in carriera contro l’americano.

Poca storia contro Tiafoe

Tiafoe dal canto suo aveva provato a infiammare il pubblico di casa. L’ex top 10, che nel 2021 a Vienna si era persino tolto lo sfizio di battere Sinner, arrivava al match carico a mille. Aveva appena estromesso il campione in carica Jakub Mensik e l’amico-rivale Terence Atmane, spuntandola in due vere e proprie battaglie risolte solo al tie-break del terzo set. Contro l’italiano, però, ha trovato un muro. Subito sotto di un break nel primissimo game, Tiafoe ha sbattuto costantemente contro il servizio implacabile del suo avversario, riuscendo ad affacciarsi ai vantaggi solo quando ormai era sprofondato nel punteggio. Sinner non si è scomposto, ha messo al sicuro il risultato con un ulteriore break e ha chiuso i conti in scioltezza con un rovescio fulminante al primo dei tre match point disponibili. Ad attenderlo in semifinale ci sarà il vincente della sfida tra Francisco Cerundolo e Alexander Zverev.

La rinascita di Fritz sull’erba

E proprio Zverev ci offre l’assist perfetto per spostarci su tutt’altra superficie, dove la stagione verde ha iniziato a regalare i primi verdetti. Se Sinner domina incontrastato sul cemento, Taylor Fritz ha scelto i prati di Stoccarda per lasciarsi alle spalle un periodo di forte appannamento tennistico. Il californiano si è aggiudicato l’ATP 250 tedesco piegando in finale proprio Sasha con il punteggio di 6-3 7-6(0). Si tratta del suo quarto successo in carriera sull’erba su nove tornei vinti in totale, il primo lontano dalla sua vera comfort zone di Eastbourne. Una vittoria dal peso specifico enorme, perché lo proietta nuovamente al quarto posto del ranking mondiale: un dettaglio tutt’altro che trascurabile in vista del tabellone di Wimbledon.

L’incubo Zverev e la mina vagante Draper

L’unico a poter insidiare la quarta piazza di Fritz a Londra è Jack Draper, impegnato questa settimana al Queen’s proprio come l’americano. L’inglese è quasi obbligato a vincere il torneo, o quantomeno ad arrivare più avanti dello statunitense, per tentare il controsorpasso in classifica. Resta il fatto che avere un giocatore in ascesa come Draper fuori dai primi quattro – trasformandolo di fatto in una potenziale mina vagante ai quarti, un po’ come rischia di essere Djokovic – potrebbe scombinare seriamente i piani ai favoriti assoluti dello Slam inglese.

Tornando alla finale di Stoccarda, per Zverev l’appuntamento col primo titolo sull’erba è rimandato ancora una volta. Il verde continua a non essere la superficie preferita dal numero tre del mondo, fermo alle due finali perse ad Halle nel 2017 e nel 2018. A decidere la sfida, sospesa per oltre un’ora a causa della pioggia, sono stati i troppi gratuiti del tedesco (24 contro i 12 del rivale) e un’incredibile percentuale di prime in campo di Fritz, che ha toccato quota 88%, oltre alla solita rigidità di Zverev nei momenti chiave del match. Lo statunitense si conferma insomma una vera e propria bestia nera per il tedesco, costretto a incassare la quinta sconfitta consecutiva in questo scontro diretto. Un ruolino di marcia che ha spinto Sasha a scherzare durate la cerimonia di premiazione: “Non ti voglio vedere per almeno uno o due anni, non ti sopporto proprio. E mi raccomando, vedi di non farti più trovare in Germania!”.

Basket

LeBron James nella storia: supera Abdul-Jabbar per canestri realizzati, ma i Lakers cadono a Denver

A quarantun anni suonati, LeBron James continua a riscrivere inesorabilmente i libri di storia della NBA. Giovedì notte, durante la sfida contro i Denver Nuggets, il fuoriclasse dei Los Angeles Lakers ha superato Kareem Abdul-Jabbar diventando il leader di tutti i tempi per canestri dal campo realizzati in carriera. Un traguardo a dir poco monumentale, che tuttavia ha assunto un sapore decisamente agrodolce a causa di una sconfitta per 120-113 e di un preoccupante infortunio al braccio che ha finito per rovinare la festa.

Il tiro del sorpasso Il momento esatto in cui la storia della pallacanestro ha cambiato pagina è arrivato a soli dodici secondi dal termine del primo quarto. James ha mandato a bersaglio il suo terzo tiro della serata, un classico jumper in virata da circa quattro metri eludendo la marcatura di Zeke Nnaji. Quel pallone scivolato dolcemente nella retina rappresentava il suo canestro numero 15.838, superando così i 15.837 accumulati da Abdul-Jabbar nel corso di una carriera ventennale conclusasi nel 1989. Subito dopo la giocata, l’NBA ha pubblicato sui propri canali la conferma ufficiale del nuovo record. A guardare tutti dall’alto verso il basso ci sono ora loro due, mentre al terzo posto, molto distanziato in questa élite del basket, rimane Karl Malone con 13.528 canestri.

Le cifre di un dominio assoluto Questo nuovo primato aggiunge un ulteriore, pesantissimo tassello a una carriera che semplicemente non ha eguali. Già nel febbraio del 2023, James aveva strappato allo stesso Abdul-Jabbar lo scettro di miglior marcatore di sempre della lega, e appena un anno fa aveva superato l’incredibile barriera dei 50.000 punti complessivi tra stagione regolare e playoff. Adesso, a distanza di tre anni da quel fatidico sorpasso nei punti, nessuno nella storia di questo sport ai massimi livelli ha segnato più tiri di lui.

Mettendo a confronto le statistiche dei due campioni emergono filosofie di gioco ben diverse. Abdul-Jabbar, un vero e proprio virtuoso del post basso famoso per il suo letale gancio cielo, ha chiuso la carriera con un impressionante 55,9% al tiro su 28.307 tentativi, di cui appena 18 scoccati da oltre l’arco dopo l’introduzione del tiro da tre punti a metà del suo percorso sportivo. James, dal canto suo, viaggia con il 51,6% ma con un volume di gioco nettamente superiore: 31.274 tentativi, compresi oltre 7.500 tiri dalla lunga distanza.

Brian Martin di NBA.com ha inquadrato perfettamente la portata dell’evento, ricordando come il record di Kareem fosse il punto di riferimento incontrastato da quasi quattro decenni. Tutto è iniziato ventitré anni fa, quando un diciottenne LeBron segnò il suo primissimo canestro con un tiro in sospensione dalla linea di fondo. Fu il primo di dodici tiri realizzati in un debutto esplosivo, gettando le basi di un’evoluzione continua passata anche per il suo cinquemillesimo canestro, festeggiato nel gennaio del 2010 ai tempi dei Miami Heat. Fino ad oggi, solo 235 giocatori nella storia sono riusciti a raggiungere quota 5.000.

L’infortunio e l’amarezza a fine gara Purtroppo per l’ambiente losangelino, la magia della serata si è bruscamente interrotta a quattro minuti dalla sirena finale. In un frangente cruciale, con i Lakers sotto di sole quattro lunghezze sul punteggio di 110-106, James è franato a terra dopo un duro contatto in sottomano con Nikola Jokic. Ha cercato di attutire la caduta con il braccio destro, finendo però per infortunarsi al gomito sinistro. Nonostante l’assenza di fischi da parte degli arbitri, che avrebbero giudicato “marginale” il contatto, il giocatore ha accusato un forte dolore, descrivendolo poi come la classica e fastidiosa botta al nervo del gomito.

Rientrato in campo negli ultimi due minuti dopo un rapido passaggio in panchina, James non ha potuto fare molto per ribaltare l’inerzia della gara, con i Nuggets bravi a blindare una vittoria condotta praticamente dall’inizio alla fine. Nonostante il dolore e la delusione per la sconfitta, ha comunque offerto una prestazione solida e a tutto tondo, mettendo a referto 16 punti tirando con 7 su 11, conditi dal massimo di squadra di 8 assist, 3 palle rubate e una stoppata fondamentale.

Le parole del Re Presentatosi davanti ai giornalisti, era evidente come il dolore fisico e la rabbia per il risultato gli impedissero di apprezzare appieno la sua impresa da record. Ha confessato in modo molto candido di non riuscire a metabolizzare il traguardo raggiunto, ammettendo che i suoi unici pensieri in quel momento erano rivolti al gomito dolorante e alla sconfitta appena subita.

Eppure, trovando il tempo di riflettere sul suo posto tra le leggende della pallacanestro, ha lasciato trasparire l’emozione per il lungo percorso affrontato fin da ragazzino. Essere affiancato ai giocatori che ammirava leggendo le riviste e guardando le partite in TV lo riempie di orgoglio. Ha spiegato che il suo grande desiderio, qualora fosse riuscito a entrare nell’NBA, era proprio quello di meritarsi un posto tra i grandi facendo le cose nel modo giusto. Pur non avendo mai avuto questo specifico record tra i suoi obiettivi primari, James ha riconosciuto l’importanza della serata, ammettendo che, nonostante l’epilogo amaro della partita, si tratta senza dubbio di un’impresa incredibile.

Calcio

La Sampdoria respira: 2-0 alla Salernitana nell’andata dei playout, ma la tensione resta alta

Il primo atto della sfida salvezza sorride ai blucerchiati. Al Ferraris, la squadra guidata da mister Evani supera per 2-0 la Salernitana di Marino, spingendo i campani a un passo dal baratro della Serie C. Una vittoria fondamentale, maturata in un clima pesante, che regala novanta minuti di speranza a una piazza stanca di soffrire.

Il malcontento sugli spalti e il peso dei numeri stagionali Prima del fischio d’inizio, la gradinata ha voluto mandare un messaggio inequivocabile alla società esponendo un duro striscione: “Manfredi, dirigenti competenti e basta fallimenti”. Una rabbia del tutto giustificata dai numeri impietosi di una stagione regolare vissuta sul filo del rasoio. La Sampdoria ha infatti chiuso il campionato al tredicesimo posto, collezionando appena 29 reti all’attivo contro le 36 subite e mantenendo la porta inviolata in sole 5 occasioni stagionali. Un rendimento lontano anni luce da quello delle corazzate del torneo, come il Monza di Andrea Petagna, finito secondo a suon di gol (44) e con una difesa imperforabile. Anche il cammino recente in campionato era stato a dir poco altalenante per i genovesi, capaci di trovare una sola vittoria contro il Padova nelle ultime cinque uscite, a fronte dei pareggi con Juve Stabia e Palermo e delle brucianti sconfitte con Bari e Mantova.

L’impeto iniziale e l’incornata di Meulensteen Nonostante le forti pressioni ambientali, la Samp entra in campo con la foga di chi vuole sfruttare al massimo l’occasione della sventata retrocessione diretta. Evani si affida in avanti alle certezze: Massimo Coda, vero trascinatore e miglior marcatore stagionale con 9 reti e 3 assist all’attivo, fa reparto insieme a un vivacissimo Sibilli. È proprio quest’ultimo a inventarsi le prime vere palle gol del match. Prima manda letteralmente al bar la difesa campana con una finta ubriacante per poi calciare clamorosamente a lato, poi al 24′ si libera in area e fa partire una botta potentissima su cui Christensen compie un mezzo miracolo. La porta sembra stregata, eppure al 39′ l’equilibrio si spezza. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Ferrari si inventa una sponda perfetta per la testa di Meulensteen. L’olandese non perdona e timbra il vantaggio, replicando esattamente quanto fatto nel precedente scontro diretto di inizio maggio.

Il sigillo di Curto e i calcoli per il ritorno Nella ripresa i padroni di casa gestiscono il ritmo e, a una manciata di minuti dalla fine, trovano il colpo di grazia grazie a una zampata vincente di Curto. Il finale di gara è però carico di nervosismo agonistico e l’arbitro si trova costretto a estrarre due cartellini rossi, mandando sotto la doccia prima il blucerchiato Borini e subito dopo Stojanovic.

Il fischio finale arriva tra gli applausi liberatori del pubblico di Genova, ma il discorso salvezza è tutt’altro che chiuso. Venerdì prossimo, all’Arechi di Salerno, andrà in scena l’atto conclusivo. La Sampdoria si presenterà forte del doppio vantaggio e dei numeri del suo attacco, ma dovrà mantenere alta la concentrazione. La Salernitana, infatti, sarà chiamata a una prestazione radicalmente diversa: per salvarsi dovrà per forza vincere con due gol di scarto, forte del regolamento che, in caso di parità complessiva dopo i 180 minuti, premierebbe proprio gli uomini di Marino. Il primo passo è fatto, ma per i blucerchiati restano altri novanta minuti di fuoco.