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Estasi a San Siro e schiaffi sul mercato: l’Inter vola a Monaco, ma il Chelsea le scippa Palestra

Chi ha abbandonato gli spalti del Meazza al novantesimo, con la testa tra le mani e il passo greve, si è bruciato un frammento di pura vita che non recupererà mai più. Anche tra quarant’anni, chi è rimasto attaccato al seggiolino fino all’ultimo respiro ricorderà quell’abbraccio catartico dato a perfetti sconosciuti in una folle notte di maggio. Altro che Humphrey Bogart a Casablanca: “Avremo sempre Parigi? Macché, il 4-3 col Barcellona”.

L’Inter fa fuori i blaugrana in una semifinale da infarto, pura anarchia calcistica con 13 gol complessivi tra andata e ritorno, e stacca il pass per la sua settima finale di Champions League. La seconda in appena tre anni. Un cero andrebbe acceso a San Francesco Acerbi da Vizzolo Predabissi, planato in area di rigore come un falco pellegrino all’ultimo minuto di una partita che l’inerzia aveva ormai consegnato ai catalani sul 3-2. E un altro a San Davide Frattesi, il ragazzotto di Fidene che cala il poker ai supplementari e si arrampica sulle inferriate manco stesse scalando l’Everest. Da lassù, oltre le nuvole di Milano, la destinazione è già nitida: Monaco di Baviera, 31 maggio, l’ultimo atto contro il PSG.

Il primo tempo è cinema puro, e la chiave di volta ha undici lettere: elettricità. Pronti, via e Lamine Yamal sguscia tra le maglie avversarie come un serpente a sonagli. San Siro capisce l’antifona: fischia, mugugna, prova a spingere quintali di pressione nei timpani del diciassettenne. Il piano tattico dei catalani è una fotocopia di quello visto al Montjuic: palla al 19 e preghiamo che inventi qualcosa. Eppure la gabbia architettata dall’Inter tiene botta. Dimarco accorcia tempestivo, Bastoni va al raddoppio, Mkhitaryan fa una legna pazzesca e i nerazzurri respirano, tirando fuori dal cilindro il proprio spartito: sventagliate a tagliare il campo per Dumfries, l’indispensabile coltellino olandese.

Il Barça, spavaldo e zeppo di idee, si piazza con una linea altissima di zemaniana memoria, sfidando sistematicamente l’imbucata. E puntualmente, al 21′, paga dazio. Dimarco raccoglie un sombrero di Barella volante e d’esterno serve il solito Denzel sulla destra. L’olandese si traveste da rifinitore puro e imbecca Lautaro, glaciale a firmare il nono timbro personale in Champions. Col passare dei minuti, i tatticismi preparati in settimana affogano nell’adrenalina. Yamal è un demonio impredibile, ma l’Inter ha i canini affilati e azzanna la partita. Il 2-0 è un capolavoro di cinismo: scivolata monumentale di Bastoni da far spellare le mani, ribaltamento di fronte e il tandem Lautaro-Calhanoglu apparecchia il raddoppio. Il Toro si guadagna un penalty per un tackle ruvido di Cubarsì, il turco gela Szczesny dal dischetto. Il tutto vidimato dal Var Marciniak, sotto lo sguardo tarantolato di un Inzaghi che ha giocato da dodicesimo uomo. Si va a riposo in un clima da far west, con tutta la panchina interista imbestialita per uno sputo di Iñigo Martinez all’indirizzo di Acerbi subito dopo il rigore, clamorosamente sfuggito alla terna.

Il crollo, il miracolo e la dura legge del mercato

Chissà quali corde avrà toccato Flick negli spogliatoi. Fatto sta che il Barcellona rientra in campo come un pugile suonato a cui l’allenatore ha tirato due ceffoni ricordandogli il peso delle cinque Champions in bacheca. In sei minuti l’uno-due catalano manda l’Inter al tappeto: destro al volo di Eric Garcia sotto l’incrocio al 54′, poi fotocopia letale di Dani Olmo che punisce una dormita in marcatura di Carlos Augusto. In cattedra ci sale Gerard Martin, improvvisamente trasformatosi da difensore a rifinitore d’élite.

Nel mezzo c’è tempo per un mezzo miracolo di Sommer su Garcia alla fine di un contropiede magistrale nato da un corner a sfavore, ma l’inerzia è girata. È un Barça rabbioso, che guadagna metri e schiaccia un’Inter in debito d’ossigeno. Il Var toglie un rigore ai blaugrana al 70′ (fallo di Mkhitaryan avvenuto fuori area), prima che il solito Yamal costringa Sommer agli straordinari con un mancino velenoso. A un passo dai supplementari, il patatrac: Raphinha, in tap-in dopo una prima respinta svizzera, firma il gol del clamoroso 3-2. Ribaltone completato.

È qui che subentra l’effetto San Siro. Mentre frotte di tifosi si avviano rassegnati verso le uscite, Dumfries si ricorda di essere l’incubo ricorrente dei catalani. Ara la fascia, mette in mezzo un pallone basso e tesissimo. Lautaro, sfinito, non c’è più, ma al suo posto spunta proprio Acerbi, che di destro trova la zampata del 3-3 prolungando l’agonia blaugrana e regalando un pass per l’epilogo ai supplementari.

Eppure, mentre Milano trema ancora di gioia e l’eco dell’impresa rimbomba in tutta Europa, nei salotti dirigenziali si gioca una partita decisamente più cinica e spietata. È la catena alimentare del calcio moderno: puoi fare miracoli sul prato verde, ma quando le corazzate inglesi fiutano l’affare, il romanticismo lascia spazio ai bonifici.

Proprio nelle ore in cui l’Inter toccava il cielo con un dito, il Chelsea le ha letteralmente scippato da sotto il naso Marco Palestra. Il club di Viale della Liberazione era convinto di avere in tasca uno dei talenti difensivi più cristallini della Serie A, con un accordo di massima già imbastito con l’Atalanta. Poi è arrivato il blitz londinese. I Blues si sono mossi tardi ma con una prepotenza economica inaudita, chiudendo l’operazione per una cifra mostruosa: 55 milioni di euro (circa 47,3 milioni di sterline), conditi da una percentuale sulla futura rivendita. Un pacchetto fuori portata per Marotta e Ausilio, che ha spinto la Dea a voltare le spalle all’Inter.

Il fattore Xabi Alonso

Il ventunenne bergamasco diventa così la prima pietra angolare della nuova era targata Xabi Alonso allo Stamford Bridge. Il tecnico spagnolo, che si insedierà ufficialmente il 1° luglio, non si è limitato a dare il via libera, ma ha alzato la cornetta e ha fatto la differenza. Ha parlato direttamente con Palestra per vendergli il progetto tecnico londinese, dimostrando quella stessa fiducia nei giovani che lo ha reso grande al Bayer Leverkusen. Una telefonata che ha stravolto i piani del ragazzo, inizialmente propenso a restare in Italia.

A far innamorare Alonso è stata la sua totale duttilità tattica. Esterno a tutta fascia di natura, Palestra può arare indifferentemente entrambe le corsie e adattarsi senza patemi a fare il terzino puro in una difesa a quattro. Un profilo perfetto per il calcio camaleontico dello spagnolo. D’altronde, i numeri dell’ultima stagione non mentono: reduce da un prestito sontuoso a Cagliari che gli è valso il premio di miglior difensore del campionato, ha chiuso la stagione al secondo posto assoluto per dribbling riusciti. A marzo è arrivato anche l’esordio con la Nazionale maggiore, che ormai lo considera un pilastro per il futuro.

Questo colpo a sorpresa innescherà inevitabilmente un effetto domino in Inghilterra, con ripercussioni paradossali proprio in casa nerazzurra. L’approdo di Palestra a Londra potrebbe infatti spingere Malo Gusto verso l’uscita: il terzino destro francese è già finito sul taccuino del Manchester City e, ironia della sorte, viene monitorato da vicino proprio dall’Inter come piano B. Nel frattempo, i rumors d’oltremanica giurano che il Chelsea non abbia ancora finito di fare spesa in Serie A. Ma per le scaramucce di mercato c’è tempo. Adesso, per i nerazzurri, c’è una valigia da preparare per Monaco di Baviera.

Calcio

Dal rammarico con la Dea alla sfida col Diavolo: il Genoa cerca il riscatto contro un Milan in emergenza

Una doccia fredda, anzi ghiacciata, arrivata proprio quando il traguardo sembrava a un passo. Il Genoa esce con le ossa rotte ma a testa altissima dal rocambolesco 2-3 incassato contro l’Atalanta. È stata una vera e propria partita a scacchi vissuta sul filo del rasoio, che ha visto Andrea Pinamonti caricarsi tutto l’attacco sulle spalle. Il bomber rossoblù ha bucato Rui Patricio (non proprio irreprensibile, da 5.5 in pagella) prima al 37′ per l’iniziale vantaggio, e poi di nuovo al 58′, illudendo un Ferraris caldissimo. In mezzo e dopo, però, la Dea ha tirato fuori gli artigli. Prima l’incursione di Sulemana – uno dei migliori in campo con un 7 pieno, a segno al 47′ – poi il guizzo di Daniel Maldini al 63′ a ristabilire per la seconda volta l’equilibrio. A spezzare definitivamente l’incantesimo ligure ci ha pensato l’uomo più atteso, l’ex di turno: Mateo Retegui. La sua zampata all’89’ ha ammutolito Marassi, regalando tre punti pesantissimi ai bergamaschi in piena zona Cesarini.

Leggendo tra le pieghe del match e dando uno sguardo ai numeri, spicca la prova maiuscola di Norton-Cuffy: un 7 strameritato per la spinta e l’intensità costante sulla fascia. Gilardino ha dovuto mischiare le carte in fretta, perdendo Vásquez (comunque autore di una gara solida, 6.5) dopo appena 35 minuti per fare spazio a De Winter. In mezzo al campo Frendrup si è confermato il solito motorino inesauribile (6.5), mentre sponda nerazzurra Hien ha vissuto una giornata da incubo totale (un 5 netto) nel tentativo di arginare uno straripante Pinamonti. L’Atalanta ha però pescato benissimo dalla panchina, inserendo nell’ultimo quarto d’ora gente come Bellanova, Pasalic, Zappacosta e De Ketelaere, un muro tecnico che ha fiaccato i tentativi finali dei subentrati Thorsby ed Ekuban.

Archiviata l’amarezza per la beffa finale, il calendario impone di voltare pagina immediatamente. All’orizzonte c’è già il Milan, un avversario che promette scintille e che a Milanello ha già iniziato a blindarsi. L’avvicinamento alla sfida di Genova è scattato ieri con la ripresa degli allenamenti post-riposo. Le direttive della società sono chiare: oggi si spinge con una doppia seduta fisica e tattica, mentre da domani scatta il ritiro fino a domenica, vigilia della partita. Max Allegri sa di non poter fallire l’appuntamento, ma deve letteralmente fare di necessità virtù, visti i grossi grattacapi tra infermeria e giudice sportivo.

Pesanti, pesantissime infatti le assenze per squalifica in casa rossonera: mancheranno all’appello calibri come Leão, Saelemaekers ed Estupiñan. Scelte obbligate, dunque, per il tecnico livornese, che promuoverà il giovane Athekame dal primo minuto sull’out di destra. Novità pesanti anche in avanti, dove Nkunku farà coppia con Fullkrug per cercare di scardinare la difesa del Grifone. Sulla corsia mancina si rivede finalmente Bartesaghi, tornato a pieno regime col gruppo proprio ieri, mentre le chiavi della mediana saranno affidate a Samuele Ricci. Sarà lui il regista basso arretrato, scudato dai muscoli, dalla corsa e dagli inserimenti del duo transalpino Fofana-Rabiot. A blindare la porta di Maignan ci penserà il terzetto difensivo composto da Gabbia, Pavlovic e Tomori, con l’inglese che si riprende una maglia da titolare a discapito di De Winter. Una situazione di totale emergenza e riassestamento tattico, come confermato dalle indiscrezioni dei colleghi di Milan Press, che il Genoa dovrà essere lucido e cinico a sfruttare se vorrà mettersi subito alle spalle il passo falso atalantino.

Calcio

La Sampdoria ipoteca la salvezza: 2-0 alla Salernitana nell’andata dei playout

Il messaggio della gradinata del Ferraris non ammetteva repliche. Uno striscione eloquente, “Manfredi, dirigenti competenti e basta fallimenti”, ha accolto le squadre in campo all’ingresso sul prato verde. L’urgenza di mantenere la categoria si respirava nell’aria. Dopo un mese di attesa snervante dovuto al caso Brescia, è andato finalmente in scena il primo atto di questo drammatico playout di Serie B. Ad avere la meglio è stata la Sampdoria. I ragazzi guidati da Evani si sono imposti per 2-0, compiendo un passo enorme verso la permanenza nel campionato cadetto e spingendo inevitabilmente i campani sull’orlo della Serie C.

Spinta offensiva e il timbro di Meulensteen

Fin dai primissimi istanti, i padroni di casa hanno messo sul piatto tutta la loro determinazione. L’obiettivo era azzannare subito la partita. Il tecnico doriano ha scommesso sul tandem offensivo formato da Coda e Sibilli, e proprio quest’ultimo si è rivelato un autentico incubo per la retroguardia ospite. Dopo aver disorientato la difesa avversaria con una finta pregevole, il numero 33 ha però clamorosamente fallito il bersaglio. Non si è arreso. Al minuto 24 ci ha riprovato con una conclusione potentissima, trovando sulla sua strada un riflesso prodigioso di Christensen. La svolta è maturata al 39′. Ferrari ha pennellato un cross perfetto da calcio d’angolo e Meulensteen, curiosamente già letale per i granata nella sfida di maggio, ha svettato di testa insaccando il pallone dell’1-0.

Scintille nel finale e il raddoppio

Nella ripresa la formazione ligure ha saputo gestire il prezioso vantaggio, decidendo di colpire in modo definitivo solo nei minuti conclusivi. Una provvidenziale zampata di Curto ha chiuso i conti. Gli istanti finali della gara di Marassi sono stati però macchiati da un fortissimo nervosismo, sfociato in due inevitabili espulsioni: prima ha dovuto abbandonare il campo Borini per la Sampdoria, seguito a ruota da Stojanovic per gli ospiti. Il fischio dell’arbitro è arrivato poi coperto dagli applausi scroscianti del pubblico genovese.

L’ardua missione all’Arechi

Tra soli cinque giorni, lo stadio Arechi di Salerno si trasformerà nel teatro dell’ultimo, definitivo verdetto. La Salernitana si trova di fronte a una montagna quasi impossibile da scalare. Per ribaltare la situazione e salvarsi, ai granata servirà un’impresa assoluta: dovranno vincere con almeno due reti di scarto, forti del fatto che in caso di parità complessiva al termine del doppio confronto la spunterebbe la formazione di Marino. Servirà però una prestazione sideralmente lontana da quella opaca vista stasera. L’allenatore dovrà fare affidamento sull’esperienza e sull’orgoglio dell’intera rosa. Dagli estremi difensori come Pietro Terracciano e Thomas Strakosha, passando per i veterani della linea arretrata tra cui Raffaele Schiavi, Trevor Trevisan e Alessandro Tuia. A centrocampo, i muscoli e la corsa di elementi come Davide Moro, Andrea Bovo e Manolo Pestrin dovranno supportare l’estro di giocatori come Ronaldo e Leonardo Gatto. In attacco, il peso disperato della rimonta graverà sulle spalle di Alfredo Donnarumma, Antonio Zito, Sergiu Bus e dell’australiano Ikonomidis. L’appuntamento è fissato a venerdì: non ci sono più prove d’appello.

Calcio

Verso il Mondiale 2026: percorsi blindati per le big e il ricordo dell’epica battaglia di Lusail

Mentre il mondo del calcio attende con impazienza il prossimo capitolo della sua storia, la FIFA ha delineato le procedure per il sorteggio della Coppa del Mondo 2026, introducendo regole ferree per proteggere lo spettacolo. La Spagna e l’Argentina campione in carica, rispettivamente prima e seconda nel ranking, saranno posizionate in parti opposte del tabellone. Una sorte simile toccherà a Francia e Inghilterra: se queste quattro potenze vinceranno i rispettivi gironi, sarà matematicamente impossibile vederle scontrarsi prima delle semifinali.

La mappa del nuovo Mondiale a 48 squadre

L’obiettivo della federazione internazionale è chiaro: mantenere un equilibrio competitivo nel nuovo formato allargato a 48 nazionali. L’appuntamento è fissato per il 5 dicembre a Washington, dove verranno definiti i gruppi, mentre il calendario dettagliato con stadi e orari sarà reso noto il giorno successivo. Nella prima fascia, oltre alle nazioni ospitanti (Canada, Messico e Stati Uniti), figurano le superpotenze europee e sudamericane: Spagna, Argentina, Francia, Inghilterra, Brasile, Portogallo, Olanda, Belgio e Germania.

La composizione delle altre urne riflette la globalità del torneo: la seconda fascia include squadre insidiose come Croazia, Uruguay e l’outsider Marocco; la terza vede la presenza di nazionali storiche come l’Egitto e l’Algeria, mentre la quarta attende ancora le vincitrici degli spareggi europei e intercontinentali. Con il calcio d’inizio previsto per l’11 giugno e la finale il 19 luglio nel New Jersey, i vincoli confederali garantiranno la varietà geografica nei gironi, con la sola eccezione della UEFA che potrà schierare fino a due rappresentanti nello stesso raggruppamento.

Le cicatrici di una finale indimenticabile

Proprio la tutela riservata ad Argentina e Francia nel sorteggio del 2026 ci riporta inevitabilmente indietro nel tempo, a quella notte in Qatar dove queste due nazionali hanno dato vita a una delle finali più incredibili della storia del calcio. Una partita che ha visto l’Albiceleste laurearsi Campione del Mondo per la terza volta, ma solo dopo una battaglia psicologica e tecnica senza precedenti contro i transalpini.

Per ottanta minuti, la gara è stata un monologo della squadra di Scaloni. Messi ha aperto le danze al 23′ trasformando con freddezza un rigore concesso per fallo di Dembélé su Di Maria. Poco dopo, al 36′, è arrivato il raddoppio: un contropiede da manuale sull’asse Messi-Alvarez-Mac Allister ha liberato Di Maria, che con un diagonale chirurgico ha battuto Lloris. La Francia sembrava alle corde, incapace di reagire e senza aver mai calciato verso la porta di Emiliano Martinez per gran parte del match.

La resurrezione francese e i supplementari di fuoco

Quando tutto sembrava scritto, il calcio ha mostrato la sua natura imprevedibile. All’80’, Kylian Mbappé ha riaperto i giochi dal dischetto e, appena 97 secondi dopo, ha gelato l’Argentina con una splendida volée su assist di Thuram, siglando il 2-2 e diventando il primo giocatore dopo Ronaldo nel 2002 a segnare una doppietta in finale. Lo shock per i sudamericani è stato violento, trascinando la sfida ai tempi supplementari.

L’extra time è stato un concentrato di emozioni pure. Messi, mai domo, ha riportato avanti i suoi al 108′ con un tap-in sottomisura dopo una parata di Lloris su Lautaro Martinez. Ma la Francia non si è arresa: al 118′, un tocco di mano di Montiel in area ha regalato a Mbappé il rigore del 3-3, permettendogli di completare la sua tripletta personale. Nel finale mozzafiato, Kolo Muani ha avuto sul piede la palla del ko, ma una parata miracolosa in “spaccata” di Emiliano Martinez ha salvato l’Argentina, trascinando il verdetto ai calci di rigore.

L’epilogo dagli undici metri

La lotteria dei rigori ha premiato la freddezza dei sudamericani e condannato gli errori dei “Bleus”. Mentre Messi e Mbappé non hanno fallito i loro tentativi, la figura di Emiliano Martinez si è ingigantita nuovamente parando il tiro di Coman. L’errore successivo di Tchouameni, che ha calciato fuori, ha spianato la strada all’Argentina.

Il rigore decisivo è toccato a Montiel: il difensore ha spiazzato Lloris calciando all’angolino basso, scatenando la festa albiceleste. Una conclusione perfetta per una partita che rimarrà negli annali, un metro di paragone assoluto per lo spettacolo che ci attende nel 2026 tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Calcio

Messi rallenta, ma resta decisivo: Inter Miami agli ottavi, ora sfida il PSG

Un duello tra generazioni

Durante la fase a gironi del Mondiale per Club, Lionel Messi e il giovane talento brasiliano Estêvão Willian si sono affrontati in un atteso scontro tra passato e futuro del calcio mondiale. Estêvão, soprannominato “Messinho” per il suo stile di gioco che ricorda l’argentino, è destinato a trasferirsi al Chelsea e rappresenta una delle grandi speranze del Brasile. Ma quando martedì sera il “piccolo Messi” ha incontrato il “grande Messi” e il suo Inter Miami, le differenze sono emerse chiaramente.

La classe senza velocità

Nonostante i suoi 38 anni appena compiuti e una velocità ormai ridotta, Lionel Messi ha dimostrato come l’intelligenza tattica e la tecnica sopraffina possano ancora fare la differenza. Il fuoriclasse argentino ha incantato con la sua capacità di nascondere il pallone agli avversari come un abile prestigiatore e di trovare spazi invisibili ai più.

Suárez ancora protagonista

Inter Miami ha pareggiato 2-2 contro Palmeiras, risultato sufficiente per garantire il passaggio del turno a entrambe le squadre. Per i nordamericani, decisivo è stato Luis Suárez. L’attaccante uruguaiano, coetaneo di Messi, ha prima servito un assist col petto al 16° minuto, poi ha segnato una splendida rete al 65°, sfruttando tutta la sua esperienza per superare due difensori e infilare il portiere avversario, sfidando i limiti fisici dell’età.

La rimonta del Palmeiras

Nonostante una difesa brasiliana spesso disattenta, Palmeiras si è risvegliato nel finale di gara. I gol di Paulinho e Mauricio all’80° e all’87° minuto hanno ribaltato il risultato, permettendo ai sudamericani di chiudere al primo posto del girone. Inter Miami, invece, si è dovuta accontentare del secondo posto, ottenuto solo grazie all’intervento diretto del presidente FIFA, che aveva garantito la partecipazione del club statunitense al torneo.

Messi sfida il suo passato

Il secondo posto nel girone ha riservato a Messi un incrocio dal sapore speciale: agli ottavi, affronterà il suo ex club, il Paris Saint-Germain, vincitore dell’ultima Champions League. Per la prima volta nella sua carriera, Messi parte da sfavorito contro una squadra che conosce bene. Il match di domenica sarà carico di emozione anche per la presenza in panchina di Luis Enrique, allenatore con cui Messi ha conquistato il Triplete al Barcellona nel 2015.

Frustrazione e rabbia dopo il pari

Nonostante la qualificazione, il pareggio ha lasciato l’amaro in bocca all’argentino. A fine gara, Messi ha lanciato la maglia a terra e ha abbandonato il campo in silenzio, rivelando un fisico ancora scolpito che ha fatto impazzire il pubblico femminile. Le reazioni in tribuna sono andate dai cori di auguri per il suo compleanno a una proposta di matrimonio da parte di un’anziana tifosa entusiasta.

Parla Mascherano

Il tecnico di Inter Miami, Javier Mascherano, non ha mostrato preoccupazione per la sfida con il PSG: “Affronteremo anche questa gara con serietà e umiltà, proprio come abbiamo fatto finora. Questo è un momento storico per la MLS: siamo tra le 16 migliori squadre al mondo”, ha dichiarato il 41enne allenatore argentino, ex compagno di Messi ai tempi del Barcellona.

Verso un ottavo infuocato

Domenica, alle 18:00, Messi ritroverà il club che ha lasciato tra alti e bassi. La posta in palio è altissima e, sebbene la sua brillantezza atletica non sia più quella di un tempo, la sua visione di gioco potrebbe ancora una volta cambiare il destino di una partita. Tuttavia, contro un PSG pieno di energia e fame di vittorie, la lentezza potrebbe essere un limite difficile da superare.

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Lorenzo Musetti, l’umile italiano che punta alla finale di Wimbledon dopo aver battuto Taylor Fritz

Prima del suo primo quarto di finale di un Grande Slam contro Taylor Fritz mercoledì a Wimbledon, a Lorenzo Musetti è stato chiesto di parlare di un argomento importante: i suoi tatuaggi. Il 22enne ne ha tre. Il primo è un cuore con una racchetta da tennis al centro, il secondo è un’ancora con la scritta “famiglia” e il terzo è una frase condivisa con il suo allenatore: “Il meglio deve ancora venire.”

Tradotto: “Il meglio deve ancora venire.”

Ebbene, Musetti ha riservato il miglior tennis della sua giovane carriera per l’erba dell’All England Club e, per essere specifici, nel quinto set di una maratona di tre ore e mezza contro il favorito americano Fritz. Dopo quattro set di continui cambiamenti di ritmo, Musetti ha eliminato Fritz 6-1 nel set finale con una sorprendente serie di colpi da tennis vecchio stile su erba.

Parliamo di drop shot squisiti, slice di rovescio accarezzati e volée posizionate con cura. E, naturalmente, alcuni spettacolari rovesci a una mano. Aggiungiamo una vasta varietà di colpi e un’aggressività radicata, e otteniamo questo: un giocatore al top della sua forma sull’erba liscia di Wimbledon. E dopo aver portato Novak Djokovic a cinque set e fino alle 3 del mattino al Roland Garros circa un mese fa, l’italiano sarà silenziosamente fiducioso di poter sorprendere il serbo nelle semifinali di venerdì.

“Non ho parole,” ha detto dopo aver raggiunto la sua prima semifinale in un major. “È difficile parlare, ma ci proverò. Penso di non essermi ancora reso conto di quello che ho fatto.

“Probabilmente ho giocato il mio miglior tennis [nel set finale], ho tenuto il meglio per la fine. Probabilmente non è stato il miglior inizio [prima di quello], perché Taylor stava davvero dominando il gioco, specialmente con il servizio.

“Penso di aver giocato una partita fantastica, perché Taylor era davvero in ottima forma.”

Ha ragione. Musetti ha vinto l’ultimo incontro tra i due sulla sua terra preferita a Monte Carlo in aprile, ma sull’erba più veloce del sud-ovest di Londra, Fritz ha continuato da dove aveva lasciato nel quarto turno, dove è uscito vittorioso in una battaglia di cinque set contro la quarta testa di serie Alexander Zverev.

Dopo aver salvato un punto di break nel suo primo game di servizio, Fritz ha dominato il primo set mentre Musetti mancava il bersaglio con il suo rovescio slice. Tredici errori non forzati in poco più di mezz’ora raccontano la storia del pessimo inizio dell’italiano, poiché un break di servizio è stato sufficiente per il potente americano per prendere il comando.

Fritz ha rapidamente ottenuto un altro break all’inizio del secondo set, con Musetti che stranamente insisteva con un drop-shot di rovescio inconsistente che, beh, trovava costantemente la rete. Ma poi è arrivato, a posteriori, il punto di svolta. Il momento in cui Fritz ha lasciato sfuggire la partita. Un game sciolto, regalando immediatamente il break all’italiano.

Formula E

Il Grande Successo di Oliver Rowland in Formula E

Oliver Rowland potrebbe essere fuori dalla corsa per un improbabile titolo in Formula E, ma, qualunque sia il risultato finale, ha superato di gran lunga tutte le aspettative interne ed esterne in questa stagione.

Non sarebbe giusto usare il cliché che lui stesso è sorpreso; Rowland ha sempre creduto di poter ottenere risultati con il team e l’auto giusti. Ma con solo due eventi rimanenti, Rowland si trova al quarto posto in classifica, avendo accumulato 36 punti in più da solo in questa stagione rispetto all’intero bottino della Nissan della scorsa stagione.

Tutto questo è successo a solo un anno da una separazione non tanto amichevole da Mahindra. Ma, più pertinente alla luce di ciò che ha ora realizzato con Nissan, Rowland ha ottenuto tutto ciò con metà della conoscenza della Gen3 rispetto ai suoi principali rivali.

Ciò che rende la svolta di Rowland ancora più impressionante è il fatto che, a differenza di alcuni nel paddock di Formula E, non ha mai dubitato che sarebbe tornato meglio che mai.

Sappiamo come i risultati costanti di Rowland abbiano formato una sfida improbabile al titolo in questa stagione. Ma più intrigante è come sia riuscito a mettersi nella posizione per farlo. Si legge come una vera ascesa da quello che 12 mesi fa sembrava essere un punto basso della carriera in un momento cruciale.

Come è entrato in una seconda fase come pilota Nissan può essere compreso solo se guardiamo a perché ha lasciato in primo luogo.

Alla fine della stagione 2020-21, aveva concluso in grande stile con un combattuto secondo posto nella finale di stagione a Berlino, il suo secondo podio di una stagione difficile mentre il team Nissan continuava a riorganizzarsi dopo la morte del suo leader carismatico Jean-Paul Driot due anni prima.

Rowland aveva superato il suo compagno di squadra molto più esperto Sebastien Buemi di un enorme margine di 57 punti. Aveva anche superato Buemi 9-6 in qualifica e aveva una posizione di partenza media molto migliore. Eppure, dietro le quinte, sentiva di non ricevere il giusto credito per i suoi successi.

In parte ciò era dovuto al fatto che il team era gestito dai fratelli Driot, Gregory e Olivier, figli del compianto Jean-Paul. Francamente, non sembrava esserci molto entusiasmo per Rowland durante il loro mandato, il che sembrava strano.

Questi fatti e un approccio lucrativo dell’allora capo di Mahindra Dilbagh Gill nel 2020 si sono rivelati cruciali. Rowland era stato venduto un sogno Gen3 da Mahindra – ma si è rivelato un po’ un incubo.

Gill ha lasciato improvvisamente il team nell’agosto 2022, una stagione che Rowland sapeva di dover semplicemente superare per iniziare la fase di test e sviluppo della Gen3.

Anche quella fase non è stata facile. Un brutto incidente nei test a Mallory Park, causato dal powertrain Mahindra, era presagio di sventura. Poi è arrivata la realizzazione che Mahindra non era realmente nel gioco Gen3. A Città del Capo le Mahindra non erano nemmeno in gara – tutte e quattro le auto tra il team ufficiale e il cliente Abt ritenute inadatte a competere a causa di un difetto alle sospensioni.

Al Monaco E-Prix di maggio 2023 Rowland non vedeva molti aspetti positivi all’orizzonte. Si è frantumato la mano in gara dopo un’irruzione spericolata dal centrocampo fino ai primi sei.

Un summit post-gara con il nuovo capo Frederic Bertrand non è avvenuto – invece, gli eventi sono precipitati. Questi erano affari intricati su cui tutte le parti hanno mantenuto il riserbo, ma poche settimane dopo Monaco è stato annunciato che Rowland avrebbe lasciato il team e sarebbe stato sostituito da Roberto Merhi.

La verità è che Rowland era stato avvicinato da diversi team per una via d’uscita. The Race capisce che a un certo punto gli è stata fatta un’offerta dalla Maserati, e anche James Barclay di Jaguar e Sylvain Filippi di Envision erano interessati. Tuttavia, aveva un contratto con Mahindra almeno fino alla fine della stagione 2022-23.

La situazione si è complicata. Rowland era a un punto cruciale della sua carriera, avendo appena compiuto 30 anni. Era potenzialmente bloccato in un’auto che non riusciva a ottenere risultati e, in un’occasione, non era nemmeno idonea a prendere il via. Era necessario agire.

Formula E

Evans punta al doppio colpo con Jaguar mentre la stagione di Formula E raddoppia

Mitch Evans entra nella seconda metà della stagione di Formula E con grande entusiasmo, dopo una vittoria perfettamente tempistica al Monaco E-Prix due settimane fa. Ora spera di poter mantenere questo slancio mentre cerca il suo primo titolo nella serie.

All’inizio della stagione, il pilota della Jaguar TCS Racing era uno dei favoriti al titolo per molti, ma non ha ottenuto la sua prima vittoria fino all’ottavo round su sedici. Ora, alla vigilia del Berlin E-Prix, che segna l’inizio della seconda metà dell’anno, Evans spera che la vittoria a Monaco possa essere un presagio positivo mentre cerca di lasciarsi alle spalle “un inizio di stagione davvero strano”.

“La vittoria è arrivata in un momento cruciale — ovviamente vincere a Monaco è qualcosa di speciale, ma da un punto di vista del campionato, avevo davvero bisogno di una vittoria del genere in quel momento della stagione,” ha dichiarato a RACER. “Avrei preferito che arrivasse prima — sono stato vicino a San Paolo — ma ho avuto un inizio di stagione davvero insolito.

“Speriamo che ci metta in una buona posizione, in termini di performance, per continuare la nostra forma che abbiamo avuto a Monaco. Ora i circuiti sono completamente diversi da quello, quindi dobbiamo rimanere concentrati sul lato delle prestazioni.

“Mi sento bene. È stato importante ottenere quella vittoria, ha tolto un po’ di pressione, ma ora è il momento cruciale della stagione e stiamo spostando il nostro focus su questo.”

A differenza della prima metà della stagione, la seconda è composta solo da doppi round, con eventi a Shanghai, Portland e nel Regno Unito, oltre alle corse di questa settimana a Berlino che completano gli ultimi otto round del calendario. Non è una formula che entusiasma particolarmente Evans.

“Non sono mai stato un grande fan dei doppi round,” ha ammesso. “Preferisco lo stile del singolo evento, grand prix, quando ti concentri su quella gara e poi passi alla successiva. Penso che sia un po’ più equo perché se un powertrain è dominante in una location, hanno due occasioni per dimostrarlo e a volte è difficile cambiare le cose durante un doppio appuntamento.

“Dovremo vedere come va. Spero che vada bene, ma se dipendesse da me, preferirei otto location diverse.”

Tra le quattro tappe rimaste in calendario, Evans ritiene che ci sarà una divisione equa di tracciati che beneficeranno del pacchetto Jaguar e altri che non lo faranno, con i percorsi temporanei che favoriscono di più il team.

“Speriamo qui (a Berlino) e penso che Londra ci si addica decisamente,” ha detto. “Portland e la Cina sono probabilmente le mie maggiori preoccupazioni — quel tipo di tracciati non tende a favorire il nostro pacchetto quanto altri.”

Basket

Belinelli Approva: Mondiali di Basket a Bologna, Idea Fantastica

Bologna potrebbe diventare il centro dei Mondiali di pallacanestro del 2031, un’idea proposta da Lorenzo Sassoli de Bianchi e accolta positivamente da vari attori nel mondo della pallacanestro, inclusi Marco Belinelli, Gianni Petrucci (presidente della Federbasket), Luca Baraldi (CEO della Virtus) e altri.

Belinelli, ritornato alla Virtus, ha espresso il suo appoggio all’idea, affermando che ospitare i Mondiali a Bologna sarebbe fantastico per la promozione della città e del basket locale, sottolineando il ritorno di Bologna ai vertici del basket europeo.

La proposta sarà discussa nel consiglio federale della Federbasket, dove verranno valutate le decisioni riguardanti la presentazione ufficiale della candidatura agli organismi internazionali del basket. Baraldi ha dichiarato la disponibilità della Virtus a sostenere l’iniziativa per promuovere lo sport nella città.

Basket

Il mondo del basket in dolore: l’ex stella del cestismo Brandon Hunter ci lascia a 42 anni

Il mondo del basket è in lutto per la tragica scomparsa di Brandon Hunter, ex giocatore di 42 anni che ha lasciato un’impronta indelebile nel cuore degli appassionati di questo sport. Hunter ha fatto parte della NBA per due stagioni, indossando le maglie dei Boston Celtics e degli Orlando Magic. Tuttavia, è stato il suo percorso in Italia che ha reso speciale la sua carriera.

Dal 2006 al 2009, Brandon Hunter ha calcato i parquet italiani, rappresentando orgogliosamente le squadre di Napoli, Livorno, Biella e Montegranaro. In totale, ha disputato 103 partite nella prestigiosa Serie A italiana, lasciando un segno indelebile nel panorama cestistico del paese.

La notizia della sua prematura scomparsa è stata resa nota dalla Ohio University, istituzione accademica per cui Hunter ha giocato con passione e dedizione dal 1999 al 2003. Al momento, le cause del decesso rimangono avvolte nel mistero, suscitando grande tristezza tra coloro che lo hanno conosciuto e ammirato nel corso degli anni.

Un tweet emozionante pubblicato dalla sua alma mater ha espresso il profondo dolore per la perdita di questa leggenda del basket dell’Ohio: “Siamo addolorati per la perdita della leggenda del basket dell’Ohio Brandon Hunter. I nostri pensieri sono rivolti alla famiglia di Brandon in questo momento.”

Dopo aver appeso le scarpe da basket al chiodo, Hunter ha intrapreso una nuova fase della sua carriera nel mondo dello sport. Ha iniziato come allenatore, condividendo la sua esperienza e passione per il gioco con le giovani promesse. Successivamente, ha continuato a contribuire al mondo del basket con altre mansioni, dimostrando il suo amore incondizionato per questo sport.

La sua prematura scomparsa lascia un vuoto profondo nel mondo del basket, e la sua eredità continuerà a vivere attraverso le generazioni di appassionati che hanno avuto il privilegio di seguirlo in campo. Le circostanze della sua morte restano ancora oscure, ma il ricordo di Brandon Hunter come un vero campione del basket e un uomo straordinario sarà sempre presente nei cuori di chi lo ha amato e ammirato.