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L’anima divisa del tennis: tra la poesia di Fognini e la rivolta dei big per i prize money

Ci sono notti in cui il tennis si ricorda di essere uno sport per nostalgici, una questione di talento puro che se ne frega della carta d’identità. Quella andata in scena all’Atp 500 di Rio de Janeiro tra Carlos Alcaraz e Fabio Fognini è stata esattamente questo: una partita bellissima, un manifesto di cosa possa essere questo gioco quando si accende la scintilla giusta. Ha vinto lo spagnolo, come da copione, con il punteggio di 6-7, 6-2, 6-4. Il numero due del mondo e prima testa di serie del tabellone ha strappato il pass per i quarti di finale, ma a rubare gli occhi e il cuore del pubblico è stato il ligure. Nel primo set Fognini ha orchestrato una sinfonia tennistica d’altri tempi. Forse sarà l’ultima, forse no, ma di certo ha dimostrato che si possono anche avere quasi trentasei anni e le caviglie ridotte a un cumulo di acciacchi, eppure, se la voglia di lottare decide di palesarsi, l’età diventa un dettaglio trascurabile di fronte a sprazzi di accecante bellezza.

Rio, del resto, per Fabio è un luogo dell’anima. Un campo che profuma di ricordi dolci, impressi nella terra rossa: una finale persa nel 2015 contro Ferrer, due semifinali — l’ultima proprio l’anno scorso contro lo stesso Alcaraz — e quella memorabile vittoria contro Rafael Nadal, sempre in quel magico 2015. Eppure l’inizio del match aveva il sapore della sentenza definitiva. Carlos Alcaraz, il fenomeno di Murcia con sedici anni in meno sulla carta d’identità, parte a razzo: 3-0 pesante e una palla per il 4-0 che somiglia tanto a un sipario che cala prematuramente. L’azzurro riesce a salvarsi, risale sul 3-1, e da quel momento comincia ufficialmente il Fognini show. Nonostante un dritto che troppo spesso decide di tradirlo, Fabio inizia a tirare fuori colpi dal sapore vintage. Su tutti, quel rovescio lungolinea devastante, eseguito con una naturalezza e una precisione tali che meriterebbe di essere proiettato in loop in ogni scuola tennis del pianeta.

Alcaraz, probabilmente convinto di trovarsi davanti a un avversario già rassegnato, perde la bussola. Lo spagnolo subisce il break, riesce comunque ad arrampicarsi sul 4-2, ma poi cede tre game consecutivi a un Fognini semplicemente meraviglioso, che va a servire per il set sul 5-4. Finita prima del previsto? Nemmeno per idea. Alcaraz rimette le cose a posto sul 5-5 e a quel punto saltano completamente tutti gli schemi tattici: break di Fognini, immediato controbreak di Carlos e si va al tie-break. Una bolgia pazzesca, col pubblico di Rio completamente impazzito. Il murciano scappa sul 4-2, ma Fabio ricuce ancora il distacco, si porta sul 6-5 grazie a traccianti da urlo e questa volta non trema, incassando un set clamoroso quanto meritato.

Il tennis moderno, però, è una macchina logorante. Dopo un trattamento medico alla caviglia destra di Fognini, l’equilibrio si spezza. Entra in campo la versione furiosa di Alcaraz che, complice l’inevitabile calo fisico dell’italiano, vola sul 4-0 in un amen e archivia il secondo parziale per 6-2. Chi si aspettava un terzo set fotocopia, è rimasto deluso. Sotto di due break, Fognini trova le ultime energie per strappare il servizio allo spagnolo, si porta sul 3-2 e inizia a giocare punto su punto. Alcaraz trema, fatica, ma alla fine riesce a chiudere sul 6-4 dopo due ore e quarantasette minuti di un tennis d’alta scuola, merce rara di questi tempi. Per Fognini niente rivincita, ma solo una standing ovation interminabile.

Tuttavia, lo sforzo titanico e lo spettacolo che atleti come Fognini regalano sul campo aprono una riflessione più profonda sul momento storico che sta attraversando il circuito. Quella magia che riempie gli spalti e incolla i telespettatori allo schermo è il motore di un business miliardario, i cui proventi, secondo i giocatori, non vengono distribuiti in modo equo. La frustrazione accumulata dietro le quinte sta infatti per scatenare una tempesta diplomatica proprio alla vigilia del torneo più prestigioso del mondo, Wimbledon.

La protesta, nata in sordina sulla terra battuta del Roland Garros, è legata a una rivendicazione ben precisa: i tennisti lamentano che il montepremi totale dello Slam parigino rappresentasse appena il 14,3% delle entrate complessive generate dal torneo. La risposta dell’All England Club non si è fatta attendere, con l’annuncio di un aumento del 20% del montepremi complessivo per l’edizione di quest’anno, portando l’assegno per i vincitori del singolare alla cifra record di 3,6 milioni di sterline, circa 4,75 milioni di dollari. Una mossa che la presidente del club, Deborah Jevans, sperava potesse bastare a placare gli animi.

I calcoli dei giocatori, però, dicono altro. Una nota ufficiale diffusa da una società di consulenza che rappresenta gli atleti ha confermato che lo stato di agitazione proseguirà senza sosta durante la prima settimana dei Championships. La protesta si tradurrà in un parziale silenzio stampa: i top player ridurranno i propri impegni mediatici contrattuali a un massimo di 15 minuti per conferenza. Una decisione simbolica che riflette la percentuale dei ricavi que Wimbledon riserva ai giocatori, stimata quest’anno al 14,4%. Un dato che, nonostante l’incremento sbandierato dagli organizzatori, risulta persino inferiore al 14,9% che i tennisti percepivano dieci anni fa.

I rappresentanti dei giocatori, dopo aver consultato approfonditamente i colleghi di entrambi i circuiti ATP e WTA, hanno formalizzato la decisione ai vertici di Wimbledon. A Parigi la protesta ha già incassato l’adesione di pesi massimi del circuito femminile come la numero uno Aryna Sabalenka, Coco Gauff e Iga Swiatek, oltre al leader del ranking maschile Jannik Sinner, tutti uniti nel limitare le apparizioni davanti ai microfoni. Tra i big, l’unica eccezione di rilievo è stata quella di Novak Djokovic, rimasto fuori dall’iniziativa. Il braccio di ferro è ormai aperto: mentre sul campo si continua a lottare per la gloria e per regalarci notti immortali come quella di Rio, fuori dal rettangolo di gioco i tennisti hanno deciso che il loro silenzio possa fare molto più rumore delle loro racchette.

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Estasi a San Siro e schiaffi sul mercato: l’Inter vola a Monaco, ma il Chelsea le scippa Palestra

Chi ha abbandonato gli spalti del Meazza al novantesimo, con la testa tra le mani e il passo greve, si è bruciato un frammento di pura vita che non recupererà mai più. Anche tra quarant’anni, chi è rimasto attaccato al seggiolino fino all’ultimo respiro ricorderà quell’abbraccio catartico dato a perfetti sconosciuti in una folle notte di maggio. Altro che Humphrey Bogart a Casablanca: “Avremo sempre Parigi? Macché, il 4-3 col Barcellona”.

L’Inter fa fuori i blaugrana in una semifinale da infarto, pura anarchia calcistica con 13 gol complessivi tra andata e ritorno, e stacca il pass per la sua settima finale di Champions League. La seconda in appena tre anni. Un cero andrebbe acceso a San Francesco Acerbi da Vizzolo Predabissi, planato in area di rigore come un falco pellegrino all’ultimo minuto di una partita che l’inerzia aveva ormai consegnato ai catalani sul 3-2. E un altro a San Davide Frattesi, il ragazzotto di Fidene che cala il poker ai supplementari e si arrampica sulle inferriate manco stesse scalando l’Everest. Da lassù, oltre le nuvole di Milano, la destinazione è già nitida: Monaco di Baviera, 31 maggio, l’ultimo atto contro il PSG.

Il primo tempo è cinema puro, e la chiave di volta ha undici lettere: elettricità. Pronti, via e Lamine Yamal sguscia tra le maglie avversarie come un serpente a sonagli. San Siro capisce l’antifona: fischia, mugugna, prova a spingere quintali di pressione nei timpani del diciassettenne. Il piano tattico dei catalani è una fotocopia di quello visto al Montjuic: palla al 19 e preghiamo che inventi qualcosa. Eppure la gabbia architettata dall’Inter tiene botta. Dimarco accorcia tempestivo, Bastoni va al raddoppio, Mkhitaryan fa una legna pazzesca e i nerazzurri respirano, tirando fuori dal cilindro il proprio spartito: sventagliate a tagliare il campo per Dumfries, l’indispensabile coltellino olandese.

Il Barça, spavaldo e zeppo di idee, si piazza con una linea altissima di zemaniana memoria, sfidando sistematicamente l’imbucata. E puntualmente, al 21′, paga dazio. Dimarco raccoglie un sombrero di Barella volante e d’esterno serve il solito Denzel sulla destra. L’olandese si traveste da rifinitore puro e imbecca Lautaro, glaciale a firmare il nono timbro personale in Champions. Col passare dei minuti, i tatticismi preparati in settimana affogano nell’adrenalina. Yamal è un demonio impredibile, ma l’Inter ha i canini affilati e azzanna la partita. Il 2-0 è un capolavoro di cinismo: scivolata monumentale di Bastoni da far spellare le mani, ribaltamento di fronte e il tandem Lautaro-Calhanoglu apparecchia il raddoppio. Il Toro si guadagna un penalty per un tackle ruvido di Cubarsì, il turco gela Szczesny dal dischetto. Il tutto vidimato dal Var Marciniak, sotto lo sguardo tarantolato di un Inzaghi che ha giocato da dodicesimo uomo. Si va a riposo in un clima da far west, con tutta la panchina interista imbestialita per uno sputo di Iñigo Martinez all’indirizzo di Acerbi subito dopo il rigore, clamorosamente sfuggito alla terna.

Il crollo, il miracolo e la dura legge del mercato

Chissà quali corde avrà toccato Flick negli spogliatoi. Fatto sta che il Barcellona rientra in campo come un pugile suonato a cui l’allenatore ha tirato due ceffoni ricordandogli il peso delle cinque Champions in bacheca. In sei minuti l’uno-due catalano manda l’Inter al tappeto: destro al volo di Eric Garcia sotto l’incrocio al 54′, poi fotocopia letale di Dani Olmo che punisce una dormita in marcatura di Carlos Augusto. In cattedra ci sale Gerard Martin, improvvisamente trasformatosi da difensore a rifinitore d’élite.

Nel mezzo c’è tempo per un mezzo miracolo di Sommer su Garcia alla fine di un contropiede magistrale nato da un corner a sfavore, ma l’inerzia è girata. È un Barça rabbioso, che guadagna metri e schiaccia un’Inter in debito d’ossigeno. Il Var toglie un rigore ai blaugrana al 70′ (fallo di Mkhitaryan avvenuto fuori area), prima che il solito Yamal costringa Sommer agli straordinari con un mancino velenoso. A un passo dai supplementari, il patatrac: Raphinha, in tap-in dopo una prima respinta svizzera, firma il gol del clamoroso 3-2. Ribaltone completato.

È qui che subentra l’effetto San Siro. Mentre frotte di tifosi si avviano rassegnati verso le uscite, Dumfries si ricorda di essere l’incubo ricorrente dei catalani. Ara la fascia, mette in mezzo un pallone basso e tesissimo. Lautaro, sfinito, non c’è più, ma al suo posto spunta proprio Acerbi, che di destro trova la zampata del 3-3 prolungando l’agonia blaugrana e regalando un pass per l’epilogo ai supplementari.

Eppure, mentre Milano trema ancora di gioia e l’eco dell’impresa rimbomba in tutta Europa, nei salotti dirigenziali si gioca una partita decisamente più cinica e spietata. È la catena alimentare del calcio moderno: puoi fare miracoli sul prato verde, ma quando le corazzate inglesi fiutano l’affare, il romanticismo lascia spazio ai bonifici.

Proprio nelle ore in cui l’Inter toccava il cielo con un dito, il Chelsea le ha letteralmente scippato da sotto il naso Marco Palestra. Il club di Viale della Liberazione era convinto di avere in tasca uno dei talenti difensivi più cristallini della Serie A, con un accordo di massima già imbastito con l’Atalanta. Poi è arrivato il blitz londinese. I Blues si sono mossi tardi ma con una prepotenza economica inaudita, chiudendo l’operazione per una cifra mostruosa: 55 milioni di euro (circa 47,3 milioni di sterline), conditi da una percentuale sulla futura rivendita. Un pacchetto fuori portata per Marotta e Ausilio, che ha spinto la Dea a voltare le spalle all’Inter.

Il fattore Xabi Alonso

Il ventunenne bergamasco diventa così la prima pietra angolare della nuova era targata Xabi Alonso allo Stamford Bridge. Il tecnico spagnolo, che si insedierà ufficialmente il 1° luglio, non si è limitato a dare il via libera, ma ha alzato la cornetta e ha fatto la differenza. Ha parlato direttamente con Palestra per vendergli il progetto tecnico londinese, dimostrando quella stessa fiducia nei giovani che lo ha reso grande al Bayer Leverkusen. Una telefonata che ha stravolto i piani del ragazzo, inizialmente propenso a restare in Italia.

A far innamorare Alonso è stata la sua totale duttilità tattica. Esterno a tutta fascia di natura, Palestra può arare indifferentemente entrambe le corsie e adattarsi senza patemi a fare il terzino puro in una difesa a quattro. Un profilo perfetto per il calcio camaleontico dello spagnolo. D’altronde, i numeri dell’ultima stagione non mentono: reduce da un prestito sontuoso a Cagliari che gli è valso il premio di miglior difensore del campionato, ha chiuso la stagione al secondo posto assoluto per dribbling riusciti. A marzo è arrivato anche l’esordio con la Nazionale maggiore, che ormai lo considera un pilastro per il futuro.

Questo colpo a sorpresa innescherà inevitabilmente un effetto domino in Inghilterra, con ripercussioni paradossali proprio in casa nerazzurra. L’approdo di Palestra a Londra potrebbe infatti spingere Malo Gusto verso l’uscita: il terzino destro francese è già finito sul taccuino del Manchester City e, ironia della sorte, viene monitorato da vicino proprio dall’Inter come piano B. Nel frattempo, i rumors d’oltremanica giurano che il Chelsea non abbia ancora finito di fare spesa in Serie A. Ma per le scaramucce di mercato c’è tempo. Adesso, per i nerazzurri, c’è una valigia da preparare per Monaco di Baviera.