Estasi a San Siro e schiaffi sul mercato: l’Inter vola a Monaco, ma il Chelsea le scippa Palestra
Chi ha abbandonato gli spalti del Meazza al novantesimo, con la testa tra le mani e il passo greve, si è bruciato un frammento di pura vita che non recupererà mai più. Anche tra quarant’anni, chi è rimasto attaccato al seggiolino fino all’ultimo respiro ricorderà quell’abbraccio catartico dato a perfetti sconosciuti in una folle notte di maggio. Altro che Humphrey Bogart a Casablanca: “Avremo sempre Parigi? Macché, il 4-3 col Barcellona”.
L’Inter fa fuori i blaugrana in una semifinale da infarto, pura anarchia calcistica con 13 gol complessivi tra andata e ritorno, e stacca il pass per la sua settima finale di Champions League. La seconda in appena tre anni. Un cero andrebbe acceso a San Francesco Acerbi da Vizzolo Predabissi, planato in area di rigore come un falco pellegrino all’ultimo minuto di una partita che l’inerzia aveva ormai consegnato ai catalani sul 3-2. E un altro a San Davide Frattesi, il ragazzotto di Fidene che cala il poker ai supplementari e si arrampica sulle inferriate manco stesse scalando l’Everest. Da lassù, oltre le nuvole di Milano, la destinazione è già nitida: Monaco di Baviera, 31 maggio, l’ultimo atto contro il PSG.
Il primo tempo è cinema puro, e la chiave di volta ha undici lettere: elettricità. Pronti, via e Lamine Yamal sguscia tra le maglie avversarie come un serpente a sonagli. San Siro capisce l’antifona: fischia, mugugna, prova a spingere quintali di pressione nei timpani del diciassettenne. Il piano tattico dei catalani è una fotocopia di quello visto al Montjuic: palla al 19 e preghiamo che inventi qualcosa. Eppure la gabbia architettata dall’Inter tiene botta. Dimarco accorcia tempestivo, Bastoni va al raddoppio, Mkhitaryan fa una legna pazzesca e i nerazzurri respirano, tirando fuori dal cilindro il proprio spartito: sventagliate a tagliare il campo per Dumfries, l’indispensabile coltellino olandese.
Il Barça, spavaldo e zeppo di idee, si piazza con una linea altissima di zemaniana memoria, sfidando sistematicamente l’imbucata. E puntualmente, al 21′, paga dazio. Dimarco raccoglie un sombrero di Barella volante e d’esterno serve il solito Denzel sulla destra. L’olandese si traveste da rifinitore puro e imbecca Lautaro, glaciale a firmare il nono timbro personale in Champions. Col passare dei minuti, i tatticismi preparati in settimana affogano nell’adrenalina. Yamal è un demonio impredibile, ma l’Inter ha i canini affilati e azzanna la partita. Il 2-0 è un capolavoro di cinismo: scivolata monumentale di Bastoni da far spellare le mani, ribaltamento di fronte e il tandem Lautaro-Calhanoglu apparecchia il raddoppio. Il Toro si guadagna un penalty per un tackle ruvido di Cubarsì, il turco gela Szczesny dal dischetto. Il tutto vidimato dal Var Marciniak, sotto lo sguardo tarantolato di un Inzaghi che ha giocato da dodicesimo uomo. Si va a riposo in un clima da far west, con tutta la panchina interista imbestialita per uno sputo di Iñigo Martinez all’indirizzo di Acerbi subito dopo il rigore, clamorosamente sfuggito alla terna.
Il crollo, il miracolo e la dura legge del mercato
Chissà quali corde avrà toccato Flick negli spogliatoi. Fatto sta che il Barcellona rientra in campo come un pugile suonato a cui l’allenatore ha tirato due ceffoni ricordandogli il peso delle cinque Champions in bacheca. In sei minuti l’uno-due catalano manda l’Inter al tappeto: destro al volo di Eric Garcia sotto l’incrocio al 54′, poi fotocopia letale di Dani Olmo che punisce una dormita in marcatura di Carlos Augusto. In cattedra ci sale Gerard Martin, improvvisamente trasformatosi da difensore a rifinitore d’élite.
Nel mezzo c’è tempo per un mezzo miracolo di Sommer su Garcia alla fine di un contropiede magistrale nato da un corner a sfavore, ma l’inerzia è girata. È un Barça rabbioso, che guadagna metri e schiaccia un’Inter in debito d’ossigeno. Il Var toglie un rigore ai blaugrana al 70′ (fallo di Mkhitaryan avvenuto fuori area), prima che il solito Yamal costringa Sommer agli straordinari con un mancino velenoso. A un passo dai supplementari, il patatrac: Raphinha, in tap-in dopo una prima respinta svizzera, firma il gol del clamoroso 3-2. Ribaltone completato.
È qui che subentra l’effetto San Siro. Mentre frotte di tifosi si avviano rassegnati verso le uscite, Dumfries si ricorda di essere l’incubo ricorrente dei catalani. Ara la fascia, mette in mezzo un pallone basso e tesissimo. Lautaro, sfinito, non c’è più, ma al suo posto spunta proprio Acerbi, che di destro trova la zampata del 3-3 prolungando l’agonia blaugrana e regalando un pass per l’epilogo ai supplementari.
Eppure, mentre Milano trema ancora di gioia e l’eco dell’impresa rimbomba in tutta Europa, nei salotti dirigenziali si gioca una partita decisamente più cinica e spietata. È la catena alimentare del calcio moderno: puoi fare miracoli sul prato verde, ma quando le corazzate inglesi fiutano l’affare, il romanticismo lascia spazio ai bonifici.
Proprio nelle ore in cui l’Inter toccava il cielo con un dito, il Chelsea le ha letteralmente scippato da sotto il naso Marco Palestra. Il club di Viale della Liberazione era convinto di avere in tasca uno dei talenti difensivi più cristallini della Serie A, con un accordo di massima già imbastito con l’Atalanta. Poi è arrivato il blitz londinese. I Blues si sono mossi tardi ma con una prepotenza economica inaudita, chiudendo l’operazione per una cifra mostruosa: 55 milioni di euro (circa 47,3 milioni di sterline), conditi da una percentuale sulla futura rivendita. Un pacchetto fuori portata per Marotta e Ausilio, che ha spinto la Dea a voltare le spalle all’Inter.
Il fattore Xabi Alonso
Il ventunenne bergamasco diventa così la prima pietra angolare della nuova era targata Xabi Alonso allo Stamford Bridge. Il tecnico spagnolo, che si insedierà ufficialmente il 1° luglio, non si è limitato a dare il via libera, ma ha alzato la cornetta e ha fatto la differenza. Ha parlato direttamente con Palestra per vendergli il progetto tecnico londinese, dimostrando quella stessa fiducia nei giovani che lo ha reso grande al Bayer Leverkusen. Una telefonata che ha stravolto i piani del ragazzo, inizialmente propenso a restare in Italia.
A far innamorare Alonso è stata la sua totale duttilità tattica. Esterno a tutta fascia di natura, Palestra può arare indifferentemente entrambe le corsie e adattarsi senza patemi a fare il terzino puro in una difesa a quattro. Un profilo perfetto per il calcio camaleontico dello spagnolo. D’altronde, i numeri dell’ultima stagione non mentono: reduce da un prestito sontuoso a Cagliari che gli è valso il premio di miglior difensore del campionato, ha chiuso la stagione al secondo posto assoluto per dribbling riusciti. A marzo è arrivato anche l’esordio con la Nazionale maggiore, che ormai lo considera un pilastro per il futuro.
Questo colpo a sorpresa innescherà inevitabilmente un effetto domino in Inghilterra, con ripercussioni paradossali proprio in casa nerazzurra. L’approdo di Palestra a Londra potrebbe infatti spingere Malo Gusto verso l’uscita: il terzino destro francese è già finito sul taccuino del Manchester City e, ironia della sorte, viene monitorato da vicino proprio dall’Inter come piano B. Nel frattempo, i rumors d’oltremanica giurano che il Chelsea non abbia ancora finito di fare spesa in Serie A. Ma per le scaramucce di mercato c’è tempo. Adesso, per i nerazzurri, c’è una valigia da preparare per Monaco di Baviera.